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Marignani chiude la sua replica affidandosi alla memoria — «anche qui la memoria aiuta», scrive —, e fa bene, tanto che conviene prenderlo in parola e ricordare sul serio. Perché la memoria, quando è esatta e non soltanto evocata, non mi colloca affatto dentro il quadro che ho descritto: ne è semmai la prova.
L’intera obiezione regge su un punto solo: avrei dipinto la stagione della rendita e degli equilibri come se appartenesse sempre a qualcun altro, mentre ne sono stato uno dei protagonisti. L’argomento sarebbe forte se le date coincidessero, ma non coincidono. La rendita di territorio — l’ho scritto io — nasce e si consolida con la Fondazione all’inizio degli anni Duemila; la mia responsabilità di governo si era chiusa nel 2000. Gli anni in cui ho amministrato non furono anni di distribuzione e di equilibri, ma di scelte: alcune discusse, tutte assunte, tutte ordinate da una visione. Dopo una lunga fase di stallo fu una stagione di forte innovazione, che riposizionava Siena su un orizzonte non soltanto nazionale e le restituiva un’ambizione e una direzione.
C’è poi un fatto più preciso, e più scomodo, che la replica preferisce non nominare. Quella logica non l’ho amministrata: l’ho spezzata. E quando l’ho spezzata, la frattura è stata richiusa in fretta, prima dentro e poi fuori il partito cui appartenevo, fino all’espulsione. Un’espulsione non è un alibi: è una dimostrazione. Un sistema che si pesa invece di governare sa fare bene una cosa sola, neutralizzare chi decide; e quella cosa l’ha fatta. La domanda che mi si rivolge — perché, disponendo allora di un potere ben superiore a quello di qualunque realtà civica di oggi, non superai quei meccanismi? — ha dunque una risposta semplice: ci provai, e per questo fui messo fuori. E dopo l’espulsione tentai più strade, per vedere se quell’esperienza si potesse ancora portare avanti; ma non trovai orecchie attente, perché la frattura, ovunque la cercassi, era già stata richiusa. E dove pure mi si cercava, mi si cercava per il nome, non per i contenuti — che sono poi la cosa che mi riesce meglio; ed è un dettaglio tutt’altro che secondario, perché un nome è un peso, e i contenuti sono il fare. Ciò che chiede una spiegazione non è la mia presunta amnesia, ma la rapidità con cui quella chiusura avvenne, e il fatto che da allora non si sia più riaperta.
E qui sta forse la replica più semplice all’idea che oggi io parli da osservatore esterno, mutato rispetto a ciò che fui. Chi amministra oggi a Piancastagnaio è lo stesso che amministrò a Siena: gli stessi criteri, la stessa convinzione che governare significhi decidere e costruire, non tenere gli equilibri. Non sono cambiato io; è cambiata, intorno, la disponibilità ad ascoltare.
Quanto al resto, la replica offre da sé la migliore conferma della tesi che vorrebbe smontare. A chi sostiene che ci si misura troppo sul consenso e troppo poco su ciò che si è fatto, Marignani risponde elencando quattordici anni di attività, due tornate elettorali con oltre mille voti, migliaia di cittadini raggiunti ogni settimana. Sono numeri rispettabili, e non li sminuisco; ma sono esattamente il gesto che avevo descritto, quello di chi, per dire il proprio valore, dice quanti lo seguono. Difendendosi dall’accusa di pesarsi, ci si pesa. Il cerchio non si rompe contestandolo: si rompe uscendone, e per uscirne occorre poter mostrare non quanti consensi si sono raccolti, ma quali cose si sono decise, costruite, portate fino in fondo, e di cui si è disposti a rispondere.
Su un punto, del resto, l’ho già scritto e lo confermo: riconosco a Sena Civitas di stare dalla parte di chi tenta di costruire, non di chi ha fatto del veto un mestiere. La mia non era, e non è, una contesa personale. Il consenso è davvero un dato politico reale, e su questo ha ragione; ma un dato non è ancora una scelta, misura la presenza e non l’opera, e diventa fuorviante soltanto quando si pretende che basti, da solo, a legittimare chi lo possiede.
Sulla vignetta, infine, una parola sola e leggera. La satira sintetizza, è il suo mestiere, e talvolta coglie nel segno perché richiama fatti che i cittadini ricordano. Bene: ricordiamoli, allora, fino in fondo. Il fatto che merita davvero di essere ricordato non è una nostalgia, ma una frattura e la sua chiusura — il momento in cui qualcuno uscì dall’equilibrio, e ciò che gli accadde per averlo fatto.
È questa la sola memoria utile, e non chiede a me di rientrare nel quadro che ho descritto. Chiede alla città di ricordare l’unica volta in cui qualcuno ne è uscito, e di domandarsi perché, da allora, ogni frattura sia stata richiusa con la stessa cura e chiamata equilibrio. Il declino che oggi è sotto gli occhi di tutti non è opera di chi quella logica la ruppe, ma di chi la richiuse; e distinguere le due cose non è cercare un’assoluzione, è la condizione perché il confronto di cui Marignani giustamente invoca la serietà cominci, finalmente, dal punto giusto.
Pierluigi Piccini





