
Iran. La tregua che non è una pace
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C’è un momento in cui il capitale politico accumulato comincia a erodersi più in fretta di quanto si riesca a ricostituirlo. Per Giorgia Meloni quel momento è questo.
Il progetto era chiaro fin dall’inizio: essere il ponte tra Washington e Bruxelles, la leader di destra europea che parlava la lingua di Trump ma sedeva al tavolo dell’Unione. Nello Studio Ovale Meloni aveva detto a Trump che l’obiettivo comune era “rendere di nuovo grande l’Occidente”, inteso come civiltà, non come spazio geografico. Startmag Trump l’aveva ricambiata con elogi. Salvini aveva esultato. Santanché aveva parlato di “capolavoro.” Il problema è che quel capolavoro non ha prodotto quasi nulla di concreto per l’Italia. La volubilità e l’imprevedibilità di Trump rendono sempre più difficile per il governo italiano interfacciarsi con lui. Il Post Nel giro di poche settimane, tra gennaio e febbraio, Meloni si è trovata costretta a prendere le distanze da Trump più volte di quanto non le fosse accaduto nei quattordici mesi precedenti: per le minacce commerciali sulla Groenlandia, per il Board of peace su Gaza, per le dichiarazioni sull’Afghanistan. Il Post
Poi è arrivata la guerra in Iran e il quadro è cambiato radicalmente.
La vicenda di Sigonella è il caso emblematico. Gli aerei americani erano già in volo per bombardare l’Iran quando è arrivata all’aeronautica italiana la richiesta di usare la base, senza la consultazione preventiva prevista dai trattati. Unita Crosetto ha detto no. Un no che per qualche ora ha fatto parlare di una nuova Sigonella, del paragone con Craxi del 1985. Ma è durato poco: qualche ora dopo, di fronte alle bordate di Trump contro gli europei, Palazzo Chigi ha emanato un comunicato dai toni più rassicuranti verso Washington. Il Giornale La retromarcia era completa. E l’opposizione, che avrebbe dovuto applaudire il gesto di autonomia, non lo ha fatto — perché ormai ogni mossa del governo viene letta come calcolo, non come scelta.
Meloni ha detto che “non intendiamo entrare in guerra”, giustificando la presenza italiana nel Golfo come azione “solo a scopo difensivo”, e condividendo le parole di Crosetto sull’esistenza di “un quadro in cui sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale.” ANSA Parole giuste. Ma pronunciate da un governo che, lo stesso giorno, chiedeva perdono a Washington per il no di Sigonella. È qui che la postura si sgretola: non nella sostanza delle singole scelte, ma nell’incoerenza del ritmo con cui vengono fatte e disfatte.
Nel suo rapportarsi con gli europei, Trump sta replicando lo schema del rapporto patrono-cliente tipico della Roma antica, relazioni ineguali con soggetti ritenuti inferiori, funzionali alla sicurezza dei propri confini. Le Grand Continent In questo schema il “rapporto privilegiato” che Meloni rivendica non esiste come reciprocità. Esiste come utilità contingente. Quando l’Italia serve, viene citata. Quando non serve, viene trattata come gli altri.
Nel frattempo il quadro interno si deteriora. Le stime sulla crescita del PIL sono state riviste più volte al ribasso: il prodotto interno lordo crescerà solo dello 0,4% nel 2026. Il governo ha dovuto estendere il taglio alle accise con un costo di quasi un miliardo di euro. I conti non tornano. Today L’opposizione attende, non propone. La convinzione che si respira è che Meloni sia su un piano inclinato e che la cosa giusta sia mantenere il governo nel mirino, rifiutare qualsiasi convergenza anche quando gli interessi potrebbero coincidere. Il Giornale
Il vero problema non è Meloni. È che l’Italia si trova stretta tra due impossibilità: non può rompere con Washington perché dipende dalla NATO, dall’energia, dai mercati; e non può continuare ad assecondare Washington senza pagare un prezzo crescente in credibilità europea e rispetto di sé. Tra queste due impossibilità, il governo naviga a vista. E il “rapporto privilegiato” con Trump vale esattamente quanto Trump decide che valga — niente di garantito, tutto di revocabile.





