
Vertenza Logimer/Acqua e Sapone a Piancastagnaio: Sinistra Italiana porta il caso in Parlamento
9 Aprile 2026
Va tutto bene, madama la marchesa
10 Aprile 2026
Lo Stretto di Hormuz è diventato il termometro del mondo. Nelle ultime ventiquattro ore soltanto sette navi lo hanno attraversato, contro le centotrentacinque del normale: un numero che dice, meglio di qualsiasi analisi, quanto sia fragile l’equilibrio uscito dal cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Trump ha avvertito Teheran che «farebbe meglio a fermarsi subito» se sta davvero imponendo pedaggi alle petroliere, mentre la BBC registrava che l’approccio iraniano sullo stretto «non è in linea con l’accordo che abbiamo». Il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, a quaranta giorni dall’uccisione del padre, ha risposto con il linguaggio dei vincitori: la Repubblica islamica non vuole la guerra, ma difenderà i propri diritti. Intanto il dollaro si avvia verso il peggior calo settimanale da gennaio, la Commissione europea teme uno «choc stagflazionistico», e a Riyadh il ministero dell’Energia annuncia la sospensione delle operazioni in diverse strutture colpite da attacchi recenti. La Cina, con la sua consueta pazienza, guadagna punti con Washington intervenendo ai margini della crisi diplomatica.
In Libano, i numeri sono di un’altra natura: oltre trecento morti negli attacchi israeliani di mercoledì, mentre si annunciano colloqui diretti tra Israele e Libano ospitati dal Dipartimento di Stato americano la settimana prossima. Israele dice che i negoziati cominceranno «il prima possibile» ma rifiuta qualsiasi tregua preventiva, e nel frattempo l’IDF uccide a Beirut il segretario personale di Naim Qassem. Il ministro della Salute libanese chiede con voce spezzata come si possano prendere decisioni politiche mentre ci sono ancora cittadini sotto le macerie. Parigi avverte che l’accordo tra Unione Europea e Israele potrebbe essere rimesso in discussione di fronte a colpi «sproporzionati». È la geometria consueta: la diplomazia si affaccia mentre i bombardamenti continuano.
Dal Kuwait arriva la notizia di un attacco con droni contro la Guardia nazionale — danni importanti, nessun ferito — che ricorda come l’instabilità non si fermi ai confini delle crisi principali ma si diffonda per capillari che spesso non fanno notizia.
In Ucraina, Putin annuncia un «cessate il fuoco pasquale» dalle sedici dell’undici aprile alla fine del dodici, e si aspetta che anche Kiev aderisca. Il suo inviato Dmitriev incontra funzionari dell’amministrazione Trump per parlare di pace e cooperazione economica. Lo stesso giorno, la Corte Suprema russa dichiara Memorial «estremista» e ne vieta ogni attività nel paese, con pene detentive per chi ne diffonda i contenuti. La pace annunciata a Pasqua e la guerra permanente contro la memoria: due facce dello stesso regime.
In Irlanda, dove nessuna bomba cade, le strade sono bloccate da chi protesta contro il caro carburante. La gente cammina a piedi con i bagagli verso l’aeroporto. È la versione domestica dello stesso tremore: quando i prezzi dell’energia diventano politica, la politica torna nelle strade.
Il mondo non è in guerra totale e non è in pace. È in quello stato intermedio che la storia conosce bene e che di solito non dura: lo scricchiolio prima che qualcosa ceda o si consolidi. La domanda, come sempre, è da che parte.





