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14 Aprile 2026Uno scontro senza precedenti tra il presidente USA e il Papa
Pope Leo XIV addresses journalists during the flight heading to Algiers on April 13, 2026. Pope Leo XIV embarks on April 13 on an 11-day visit to Algeria, Cameroon, Angola and Equatorial Guinea for his first major international trip since becoming pontiff in May 2025 (OSV News/Alberto Pizzoli, Reuters)
Partiamo dagli Stati Uniti, ma stavolta non dalla Casa Bianca. Partiamo da un’immagine.
Il Wall Street Journal segnala che un’immagine che ritrae Trump come Cristo ha scatenato una reazione furiosa nella destra religiosa americana. Non è la prima volta che l’iconografia messianica viene applicata al presidente — è un fenomeno che viene da lontano, dalle chiese evangeliche del profondo Sud, dai pastor che ungono i MAGA come esercito di Dio. Ma evidentemente qualcosa si è rotto, una soglia è stata superata, e persino chi aveva benedetto politicamente Trump si è trovato costretto a prendere le distanze. Vale la pena notarlo: non è un attacco della sinistra laica, è una incrinatura interna. Le icone, quando si consumano, si consumano dall’interno.
Proprio per questo vale la pena fare una deviazione sul National Catholic Reporter, uno dei punti di riferimento del cattolicesimo americano progressista, che in questi giorni sta seguendo con attenzione crescente lo scontro tra Washington e Roma.
Papa Leone XIV — il primo papa americano della storia, lo ricordiamo — ha dichiarato apertamente di non avere paura dell’amministrazione Trump, dopo che il presidente lo ha attaccato pubblicamente. Non è una dichiarazione di guerra, ma è qualcosa di più di una postura diplomatica: è il rifiuto di farsi intimidire da un connazionale che governa la nazione più potente del mondo. Tre cardinali si sono poi affiancati al pontefice in un’intervista definita senza precedenti, una sorta di cerchio di protezione istituzionale che la Chiesa ha scelto di rendere visibile. È un gesto che parla da solo.
La CNN prova a mettere tutto in prospettiva storica: Trump è di nuovo ai ferri corti con un papa, ma questa volta è diverso. La differenza fondamentale, si intuisce, sta nel fatto che Leone XIV non è Bergoglio — ovvero non è uno straniero che Trump può liquidare come “comunista” o “marxista” con l’aria di chi parla di un’altra civiltà. È un americano. Condivide la stessa grammatica culturale. E questo rende lo scontro molto più imbarazzante per Trump, molto più leggibile per l’opinione pubblica americana, molto meno gestibile sul piano della narrazione politica.
Sul New York Times, Frank Bruni firma un pezzo dal titolo potente: Il Vangelo della carneficina di Pete Hegseth. Hegseth, ministro della Difesa, continua a incarnare quella corrente del trumpismo che fa del linguaggio della violenza una forma di teologia civile. Il termine “vangelo” usato da Bruni non è casuale: siamo dentro a una competizione per il sacro, e le immagini di Trump-Cristo e i sermoni di Hegseth ne sono le due facce complementari.
Mentre Washington e Roma si fronteggiano a distanza, Papa Leone XIV è atterrato ad Algeri. El Watan parla di visita storica. El Moudjahid — voce del governo algerino — scandisce: una giornata storica. Il pontefice ha reso omaggio alla resilienza del popolo algerino e ai suoi valori. È la prima visita papale in Algeria da decenni, e arriva in un momento in cui il Nord Africa è attraversato da tensioni geopolitiche profonde. La scelta di Algeri non è neutra: è un messaggio a un mondo arabo e islamico che osserva, ed è anche un contrappunto silenzioso allo scontro con Trump. Il papa va dove la politica americana non arriva, o arriva male.
La reazione al conflitto Trump-Leone XIV si è allargata rapidamente oltre l’Atlantico. La BBC riferisce che Giorgia Meloni ha condannato le critiche di Trump al papa come “inaccettabili”. Una mossa politicamente delicata: Meloni è alleata di Trump, è espressione di una destra che ha molto in comune con il trumpismo, eppure l’Italia cattolica ha i suoi confini invalicabili, e il papa — qualunque papa — è uno di quelli. Persino Teheran si è espressa: il ministro degli Esteri iraniano ha condannato gli attacchi di Trump a Leone XIV. Quando l’Iran e Meloni si trovano sulla stessa posizione, qualcosa di significativo sta accadendo nella geopolitica del simbolico.
Spostiamoci in Libano, dove il reale è meno simbolico e più brutale.
L’Orient Le Jour pubblica un’analisi impietosa: 78 anni di negoziati tra Libano e Israele, 78 anni di fallimenti. È una prospettiva lunga che aiuta a non farsi ingannare da ogni nuovo round di colloqui. E intanto, nella concretezza del terreno, Tel Aviv è determinata a vendicarsi di Hezbollah a Bint Jbeil — una città nel sud del Libano che ha già conosciuto la devastazione nel 2006. Lo sceicco Qassem, dal canto suo, chiede alle autorità libanesi di interrompere qualsiasi trattativa diretta con Israele e avverte: i combattenti di Hezbollah cattureranno soldati israeliani. La dialettica tra diplomazia e minaccia militare non lascia molto spazio all’ottimismo.
Attraversiamo la frontiera verso la Siria — o meglio, ci fermiamo su un capitolo che riguarda la Siria dell’Isis e di quegli anni terribili. Les Echos riporta una sentenza storica: Lafarge, il colosso francese del cemento, e il suo ex amministratore delegato sono stati condannati per finanziamento del terrorismo. La multinazionale aveva continuato a operare in Siria durante il dominio dell’Isis, pagando — è questo il punto — per farlo. È una di quelle storie che restano nell’ombra per anni e poi, quando la giustizia arriva, sembrano quasi irreali. La parola “storica” è usata a ragione.
Per chiudere, torniamo alla geopolitica dell’energia e dei mari.
Lo Stretto di Hormuz è entrato in regime di blocco americano. È una di quelle notizie che il Wall Street Journal annuncia con la sobrietà dei grandi fatti: entra in vigore il blocco statunitense dello Stretto di Ormuz. Le conseguenze sul mercato petrolifero globale — e sulla già tesa partita tra Washington e Teheran — sono difficili da sopravvalutare.
Eppure qualcosa si muove. Il Pakistan — e la scelta di Islamabad non è casuale, paese con relazioni complesse sia con l’Iran sia con gli Stati Uniti — si è offerto di ospitare un secondo ciclo di colloqui tra americani e iraniani, dopo che l’incontro del fine settimana è naufragato. È un tentativo sottile, fragile, diplomaticamente coraggioso. Il mondo continua a cercare porte anche quando qualcuno sposta le mine davanti agli ingressi.
Questo è il mondo, oggi. Un’immagine blasfema a destra, un papa in Algeria, un blocco navale nello stretto del petrolio. La storia, come sempre, non si ferma ad aspettare che qualcuno la capisca.





