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È già cominciato. Lo conosciamo a memoria, ne conosciamo le stazioni, i tempi, i personaggi, le formule. Dura tre giorni, quattro al massimo. Poi si chiude come si era aperto, e tutto ricomincia da capo.
Prima stazione: lo sgomento. Le dichiarazioni del questore, della sindaca, del vescovo, del segretario regionale del PD, del vicepresidente del Consiglio regionale, del capogruppo dem in Consiglio comunale. Tutti colpiti, tutti indignati, tutti convinti che stavolta sia diverso, che stavolta si debba fare qualcosa di strutturale. Le parole chiave sono sempre le stesse: “non è una bravata”, “segnale profondo”, “risposta non solo giudiziaria”, “interroghiamoci tutti”, “comunità educante”. Formule che scivolano via senza attrito perché non impegnano nessuno a niente di preciso.
Seconda stazione: la ricerca del colpevole esterno. I social, l’algoritmo, il dark web, i contenuti estremi che circolano liberamente in rete. Il telefono come vettore di ogni male. Questa stazione è la più comoda perché sposta il problema fuori dalla portata di chiunque agisca localmente: il nemico è globale, è tecnologico, è altrove. Nessun assessore comunale può farci nulla. Nessun preside può intervenire. Nessun genitore — per definizione — può controllare ciò che accade nel dark web. Il sollievo è palpabile.
Terza stazione: la proposta. Il convegno, il laboratorio, il progetto nelle scuole, l’esperto di cyberbullismo, il protocollo d’intesa, la commissione consiliare. Misure che hanno il pregio di essere visibili, annunciabili, fotografabili. Che producono comunicati stampa. Che dimostrano che qualcosa si è fatto. Che non cambiano nulla di strutturale nella vita dei ragazzi, ma questo non è immediatamente verificabile, e quando lo diventerà il ciclo sarà già ripartito.
Quarta stazione: il silenzio. Lento, progressivo, inevitabile. La notizia scende nelle pagine interne, poi scompare. I procedimenti giudiziari a carico di minorenni non sono pubblici, i percorsi rieducativi non vengono comunicati, i follow-up non interessano a nessuno. Il caso si chiude senza chiudersi, rimane aperto nei fascicoli della procura minorile di Firenze e nella memoria di qualche assistente sociale, invisibile al resto della città.
Questo è il rito. Lo pratichiamo dal 2019 con cadenza quasi semestrale, sempre con la stessa sincerità, sempre con lo stesso risultato.
La categoria che manca al dibattito pubblico senese — e non solo senese — è quella di falsa coscienza. Non nel senso di ipocrisia consapevole: i sindaci, i vescovi, i segretari di partito che parlano in questi giorni sono probabilmente del tutto sinceri nel loro sgomento. La falsa coscienza è più sottile e più resistente dell’ipocrisia. È la capacità di credere genuinamente in ciò che si dice nell’atto in cui lo si dice, senza che questo creda produca alcuna conseguenza nel comportamento successivo. È l’indignazione che si consuma nell’atto stesso dell’indignarsi, che si esaurisce nella propria espressione pubblica e non chiede nulla oltre se stessa — né alla città, né alle famiglie, né alle istituzioni, né a chi la pratica.
Il meccanismo funziona perché offre a tutti una via d’uscita dignitosa. I genitori dei tredici ragazzi possono dirsi che il problema sono i social. La scuola può dirsi che fa già molto. La politica può dirsi che ha risposto. La città può dirsi che non è responsabile di ciò che accade nelle chat private. E nel frattempo i prossimi tredici ragazzi — o i prossimi dieci, o i prossimi venti — stanno costruendo la loro comunità parallela in qualche chat che ancora non conosciamo, con gli stessi bisogni irrisolti, negli stessi spazi opachi che abbiamo deciso collettivamente di non guardare.
C’è una domanda che questo rito impedisce sistematicamente di porre, e che pure è l’unica che conti: cosa è successo ai ragazzi delle operazioni precedenti? Quelli di “The Shoah Party” del 2019, quelli di “Utistici” del 2021, quelli di “Dangerous Market” dello stesso anno, le dieci quindicenni della baby gang del 2022 — che fine hanno fatto? Quali percorsi hanno seguito? Qualcuno li ha seguiti davvero? La risposta non è pubblica perché nessuno l’ha mai chiesta con abbastanza insistenza da ottenerla. E nessuno l’ha chiesta perché nel momento in cui si chiedesse, il rito si incepperebbe: emergerebbe che le risposte delle volte precedenti non hanno funzionato, o non sono state date, o non sono mai state verificate. Ed emergerebbe che lo scandalo di oggi non è uno scandalo nuovo ma la continuazione documentata di qualcosa che si sapeva e che si è scelto di non sapere.
Questa è la sostanza della falsa coscienza collettiva: non la menzogna, ma la scelta sistematica di non verificare. Di indignarsi senza chiedersi se l’indignazione precedente abbia prodotto qualcosa. Di ricominciare ogni volta da capo perché ricominciare da capo è più sopportabile che fare i conti con la continuità.
Ma c’è qualcosa di ancora più specifico che vale la pena nominare, e che il rito dell’indignazione ha la funzione precisa di occultare: il fatto che approfondire non conviene a nessuno. Non conviene alla scuola, che dovrebbe rispondere di cosa ha visto o non visto negli anni in cui questi ragazzi si radicalizzavano tra un’ora di storia e l’altra. Non conviene alle famiglie, che dovrebbero rispondere di cosa sapevano o non volevano sapere. Non conviene alla politica locale, che da anni gestisce la questione giovanile con progetti a finanziamento europeo e comunicati stampa, e che un’analisi seria costringerebbe a rendicontare. Non conviene ai media locali, che vivono di relazioni con le stesse istituzioni che dovrebbero interrogare, e che un follow-up sistematico trasformerebbe da amplificatori dell’indignazione in portatori di domande scomode. Non conviene, infine, alla città come entità sociale: una comunità che si guarda davvero allo specchio deve essere disposta a non piacersi, e questa è una disponibilità rara.
Il risultato è un sistema perfettamente funzionante di immunità reciproca. Ognuno copre l’altro nell’atto stesso di indignarsi con lui. La scuola condanna insieme alla famiglia. La famiglia condanna insieme alla politica. La politica condanna insieme ai media. I media riportano le condanne. Nessuno chiede conto a nessuno. Il cerchio si chiude, l’indignazione si consuma, il problema resta.
Il colpevole, in questa storia, non è il dark web. Non è l’algoritmo. Non è nemmeno, o non solo, quella piccola comunità di tredici ragazzi che troverà il suo percorso nelle aule della giustizia minorile. Il colpevole è il sistema di sguardi che ha deciso, collettivamente e senza bisogno di accordarsi, di non guardare. E che tra quattro giorni, quando il rito sarà concluso, tornerà a non guardare con la stessa, sincera, tranquilla coscienza di avere fatto il proprio dovere.





