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18 Maggio 2026Vivi Fortezza 2026: il luogo fa tutto, e forse è il problema
Ci si ferma qui, per un momento. Si smette di guardare il cartellone e si alza la testa. E quello che si vede, allargando lo sguardo, è che Vivi Fortezza non è la causa di niente — è il sintomo di qualcosa di più lungo e più vasto, che non è cominciato quest’estate e non finirà con la prossima.
La normalità come destino
di Pierluigi Piccini
Sia chiaro, prima di tutto: la modernità non è il nemico. Chi la guarda con il cipiglio del passatista ha già perso in partenza. I circuiti itineranti, le piattaforme di prenotazione, i festival smontabili, l’economia dell’esperienza — sono forze reali, potenti, e in larga parte produttive. Chi lavora con i territori sa che ignorarle è un lusso che non ci si può permettere. Bisogna conoscerle, usarle, piegarle quando possibile.
Ma conoscerle significa anche saperle leggere. E quello che si legge, guardando Siena in questa estate del 2026, è un processo di normalizzazione silenziosa che vale la pena nominare senza per questo demonizzare.
Chi ha visto le città dell’est europeo nei primi anni Novanta conosce quella sensazione. Praga, Cracovia, Varsavia — c’era ancora qualcosa di rugoso e vivo, una patina di vita ordinaria che resisteva nei marciapiedi, nei bar senza insegne, nei mercati che odoravano di cavolo e nafta. Poi è arrivata la vernice. Le facciate ripristinate, i locali con i menu in cinque lingue, i gruppi guidati con l’ombrellino alzato. Quella città lì — quella specifica, irripetibile — non è morta: si è trasformata in qualcosa di più leggibile, più accessibile, più fotografabile. E dunque, in un certo senso, più interscambiabile.
Siena non è Praga. Ma il processo ha la stessa forma, e produce la stessa malinconia sottile — non quella del vecchio che rimpiange, ma quella di chi guarda con occhi aperti e sa distinguere.
C’è un gemellaggio che Siena ha stretto con Weimar. Chi ci è andato — in quella città sospesa tra la grandezza e l’abisso, dove Goethe e Schiller hanno scritto pagine immortali a pochi chilometri da dove l’Europa ha toccato il fondo — sa che Weimar è il luogo in cui la civiltà ha imparato, a caro prezzo, quanto fragile sia l’identità di un posto. Quanto velocemente un luogo possa diventare irriconoscibile a se stesso. Quanto sottile sia il confine tra una città che abita la propria storia e una città che ne viene abitata, travolta, svuotata. Siena ha guardato in faccia quella lezione. Cosa ne ha fatto?
Federigo Tozzi, il più grande scrittore che Siena abbia prodotto, conosceva bene questa sensazione di perdita silenziosa. I suoi romanzi sono abitati da una città che non si lascia possedere, che scivola via nel momento stesso in cui credi di tenerla. Con gli occhi chiusi, Tre croci — sono libri in cui Siena non è mai uno sfondo, è una presenza viva e difficile, una città che respira e che giudica. Tozzi la amava con quella forma d’amore che assomiglia al risentimento, perché sapeva che la città vera non si offre mai del tutto, che bisogna guadagnarsela dall’interno. Non basta passarci.
Quella Siena — rugosa, reticente, non fotografabile — sopravvive ancora, nei vicoli che i turisti non trovano, nelle conversazioni delle contrade, in certi volti che portano la città dentro come una cosa privata. Ma è diventata minoritaria rispetto alla città che si offre: levigata, illuminata, pronta per la fotografia.
C’è una luce nei dipinti di Simone Martini — dorata, ferma, sospesa — che sembra voler conservare il mondo nell’ambra, come se il pittore sapesse già che ciò che dipinge è destinato a cambiare e volesse tenerlo fermo almeno sulla tavola. È la luce di chi guarda qualcosa sapendo che è una delle ultime volte.
Guardare Siena oggi produce qualcosa di simile. Non rabbia — quella sarebbe troppo semplice e troppo comoda. Qualcosa di più quieto e più fondo: la consapevolezza che una certa città, quella che si raccontava dall’interno e che era un soggetto, si sta allontanando lentamente. Come una figura che svolta l’angolo.
E poi c’è l’altra faccia del problema — quella che si vede meno, che non finisce sui cartelloni e non compare nei comunicati stampa. La ricchezza che passa. Perché il turismo, i festival, i circuiti itineranti portano gente, portano movimento, portano l’apparenza della prosperità. Ma sempre più spesso non portano ricchezza diffusa. La portano concentrata — in poche mani, in pochi soggetti, in piattaforme che hanno sede altrove e dividendi che vanno altrove. Il turista prenota su una piattaforma americana, dorme in un appartamento svuotato dal mercato degli affitti brevi, mangia in un locale che appartiene a una catena, compra un souvenir prodotto in Cina. Quanti euro di tutto questo si fermano davvero a Siena? Quanti irrigano il tessuto economico della città, le botteghe, i mestieri, le famiglie? La risposta, quando si va a guardare, è scomoda.
Non è solo che la città si affitta. È che spesso non incassa nemmeno l’affitto. Il valore transita, sfiora, e prosegue verso altri lidi — piattaforme, intermediari, capitali che non hanno nessun interesse a radicarsi in un luogo. La bellezza di Siena viene estratta come una risorsa mineraria: si scava, si porta via, si lascia la buca.
È questa la normalità a cui ci si è abituati. Non è colpa di nessuno in particolare — è la forma che ha preso il mondo, e Siena non fa eccezione. Ma proprio per questo vale la pena non smettere di vederla. Di nominarla.
Perché una città che smette di raccontarsi dall’interno, e che non riesce nemmeno a trattenere la ricchezza che genera, ha già smesso di essere un soggetto.
È diventata un oggetto. Bellissimo, certo.
Ma oggetto.
(Fine)





