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17 Maggio 2026SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
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Delusioni sulla Croisette
CANNES 2026
Sembrava
un pomeriggio glorioso, capace di ripagarci delle scarse soddisfazioni godute finora. Solo una parodia dei film d’orrore: “Teenager Sex and Death at Camp Miasma” ha aperto la sezione “Un Certain Regard”, più vivace del concorso per la Palma d’oro – ma ha anche lei la sua palmetta. Parodia, citazionismo e la regista queer Jane Schoenbrun hanno elevato il genere quanto bastava per affacciarsi a Cannes.
La prospettiva di avere nello stesso pomeriggio Pawel Pawlikowski con un film su Thomas Mann, e Asghar Farhadi con un film ambientato a Parigi intitolato “Histoires Parallèles” era ghiotta. Soprattutto un festival senza i registi americani, che ogni volta ribadiscono che il cinema è cosa loro. In “Fatherland”(patria) il polacco Pawel Pawlikowski racconta il ritorno in Germania del premio Nobel Thomas Mann, che nel 1933 aveva lasciato la terra degli avi per emigrare negli Stati Uniti. Lo vediamo con la figlia Erika nel 1949, prima a Francoforte e poi a Weimar, al di là della Cortina di Ferro. Parla di Goethe e viene molto omaggiato dall’una e dall’altre parte. Dai nuovi tedeschi dell’ovest e dai sovietici. Il regista è polacco, lanciato proprio a Cannes dal film “Ida”, in bianco e nero drammatico. Il bianco e nero resta, ma i patemi dell’intellettuale indeciso su chi lo omaggia di più, mentre non si scompone alla morte del figlio Klaus suicida a Cannes, tanto interessanti non sono. Sempre bianco e nero, curatissimo e estetizzante. Restavano le speranze sull’iraniano Asghar Farhadi. Altra delusione.
Le storie parallele sono un rischio – quando al cinema la realtà si mischia con la fantasia il film non sempre riesce. Lo sapeva bene Alfred Hitchcock, che per un flashback non veritiero si pentì tutta la vita. Quel che lo spettatore vede sullo schermo è la realtà. Se prima gli viene mostrata una realtà “romanzata”, dalla scrittrice Isabelle Huppert scarmigliata e in vestaglia davanti alla macchina per scrivere modello vecchio, si accende le sigarette con il tostapane e spia i dirimpettai. Poi sullo stesso schermo e con gli stessi attori – Vincent Cassel, Virginie Efira, Catherine Deneuve nella parte dell’editrice rigorosa che respinge il manoscritto – vediamo la realtà, manco a dirlo meno romanzesca. Tranne che per il giovanotto venuto a aiutare Isabelle Huppert per il trasloco, la nipote incinta ha bisogno dell’appartamento. Buttato con rabbia il manoscritto, il giovanotto ignaro di letteratura lo raccoglie, convinto che sia tutto vero. E si comporta di conseguenza – con il ditino alzato Asghar Farhadi ha dichiarato a France Culture che fantasticare su brandelli di realtà è pericoloso. Si capisce nel film dalla presenza dei rumoristi, “doppiatori” che imitano i passi dell’ippopotamo in un catino d’acqua.
IN THE GREY
di Guy Ritchie, con Jake Gyllenhaal, Henry Cavill, Eiza Gonzalez, Ivan Atkinson, Dave Kaplan, John Friedberg
Dice
il trailer: “Tra il morale e l’immorale, tra il bianco e il nero, tra la legalità e l’illegalità, loro lavorano nel grigio”. E guai a replicare, o a disobbedire: hanno i riflessi veloci e la pistola – o qualsiasi altra arma – facile. E’ stato girato nel 2023, e molte volte rimandato, tanto che temevamo di averlo perso per sempre. Ora sembra la volta buona, un progetto di Guy Ritchie non poteva esse riuscito tanto male. La squadra di agenti specialissimi è formata da Bronco, Sia e Sophia, superaddestrati e abilissimi a muoversi nella “zona grigia”. Non si può sbagliare, e neanche disobbedire agli ordini di “mamma” Sophie (l’attrice Eiza Gonzalez). Davanti a loro, anche gli equilibri geopolitici sono a rischio. Un despota senza scrupoli si impossessa di un miliardo di dollari. Ai nostri tre eroi, come si è visto non sempre specchiati ma sicuramente capaci, tocca la missione di recupero. Impossibile e suicida, solo i magnifici tre potrebbero riuscirci. Ma cosa accade alle missioni audaci e organizzate nei dettagli quando vanno male? Un tremendo pasticcio, un disastro di proporzioni colossali da cui è quasi impossibile sfilarsi. Siamo tra James Bond e certi film di Steven Soderbergh come “Panama Papers”. Non funziona tutto perfettamente, ci sono ripetizioni e i lati oscuri della finanza internazionale restano tali. Guy Ritchie – speriamo – si farà perdonare con i prossimi film. E ritroverà le sue gag.
LE TIGRI DI MOMPRACEM
di Alberto Rodriguez, con Antonio de la Torre, Barbara Lennie, Joaquin Nunez, Cesar Vicente
Non
è un revival salgariano, come potrebbe far pensare la coincidenza con la bellissima e ricca mostra in corso alla Reggia di Monza, “La tigre ruggisce ancora”. O con l’altra mostra, più piccola e didattica, a Chivasso Palazzo Einaudi, intitolata “Una scrivania per correre nel mondo dell’avventura”. Emilio Salgari, grande scrittore di storie esotiche, era tutto meno che avventuroso: l’esotismo lo imparava sui libri. In questo film di Alberto Rodriguez, le tigri di Mompracem sono due ragazzini, così ribattezzati dal padre sommozzatore professionista che ne ha ipotecato il futuro. Si chiamano all’anagrafe Antonio e Estrella, che durante una gara di apnea con il fratello ha subito una lesione all’orecchio interno, ora non può scendere sotto i 17 metri di profondità. Molto per i comuni mortali, poco per il mestiere che sarebbe destinata a fare. Ora sta in barca e assiste il fratello sommozzatore. Il genitore Antonio se la cava meglio sott’acqua che fuori, è divorziato, pieno di debiti e minacciano di levargli la custodia della figlia Estrella. Servirebbe un colpo grosso: nel porto di Huelva, Andalusia, le acque scure nascondono affari non sempre leciti. La fotografia di Alexjandro Martinez contribuisce al fascino del film. L’acqua e la profondità, rese sullo schermo con impressionante realismo, mostrano l’avventura in tutti i suoi spaventi. Effetti visivi premiati ai Goya e al Festival di San Sebastián.
TRE CHILOMETRI ALLA FINE DEL MONDO
di Emanuel Parvu, con Bogdan Dumitrache, Laura Vasiliu
Di
solito in questo periodo arrivano in sala i film di Cannes. Non i nuovi, quasi tutti risalgono all’anno precedente. “Tre chilometri alla fine del mondo” li batte tutti, è del 2024, e aveva vinto il premio Uefa, European Film Awards. Era in concorso a Cannes 2024, il regista rumeno aveva dichiarato: “Sono figlio e padre, mi interessava il tema della famiglia, e inoltre ero incuriosito dall’intransigenza che sembra regnare oggi, in un mondo senza più comprensione e tolleranza”. Siamo in Romania, un remoto villaggio nel delta del Danubio. I genitori hanno fatto tanti sacrifici, Adi può studiare a Tulcea, la città più grande del delta. Una notte Adi torna a casa con i lividi di un violento pestaggio. Era in compagnia di un forestiero, in atteggiamenti affettuosi: vista intollerabile per i maschi del luogo. Ma questo dettaglio viene fuori soltanto dopo un po’ di interrogatori. Il forestiero riparte, vista l’accoglienza. Sul referto sta scritto: “Gravi lesioni traumatiche”. I responsabili sono i figli del vicino che rivelano l’odioso dettaglio, inconcepibile nello sprofondo della provincia più isolata della Romania. Il movente non sono quindi vecchi debiti del padre di Adi. Scoperta la vera ragione, la famiglia toglie il sostegno al figlio, arrivano il prete e i servizi sociali. anche l’amica si ritrae. Il cinema rumeno ha sempre storie da raccontare. A questo però manca qualcosa che bilanci la tragedia, chiara dalla prima scena.
MABOROSI – I BAGLIORI DELL’ANIMA
di Hirokazu Kore-eda, con Makiko Esumi, Tadanobu Asano
Un
sogno ricorrente: la nonna prepara la sua valigetta e si avvia a piedi sul ponte, vuole andare a morire nel paese dove è nata. La ragazzina Yumiko non riesce a fermarla, i richiami della tradizione sono fortissimi. Da grande ha un marito affettuoso – o almeno così pare: Ikuo, il ragazzo che nel sogno andava in bicicletta. Un giorno esce di casa, poi torna per prendere un ombrello. Le dicono: “Un uomo è stato investito da un treno, non rimane abbastanza per riconoscerlo”. Gli altri due ritardatari ora sono tornati a casa. Yumiko è sconvolta, non c’era stato nessun segno rivelatore. Anzi, avevano appena ridipinto la bici con cui lei correrà in stazione per avere conferma dell’incidente. La vita continua, nella tristezza somma – giapponese, senza lacrime o strepiti, solo una cappa d’angoscia che si aggiunge al paesaggio grigio. Del resto, “Maborosi” – senza le fantasie dei titolatori italici – è la luce fantasma che i pescatori vedono in mare, e li attira verso la morte. Chi sopravvive, è paralizzato di fronte all’inspiegabile. Torna nelle sale il primo film di Hirokazu Kore-Eda, debuttante nel 1995. Già bravissimo, solo un po’ più ostico rispetto al calore drammatico di film più recenti come “Father and Son”, premio della giuria nel 2013. O “Un affare di famiglia”, Palma d’oro nel 2018: l’irresistibile storia di piccoli criminali riuniti per sopravvivere. Arriva a fine giugno anche il bellissimo “Afterlife”, non perdetelo!





