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Una rassegna del 12 maggio 2026
Il Medio Oriente brucia ancora, e le diplomazie arrancano dietro al fuoco. Trump ha dichiarato che il cessate il fuoco con l’Iran è “in fin di vita” e ha definito “spazzatura” l’ultima proposta di Teheran. Non è retorica: è la fotografia di una trattativa che si regge su niente. Dall’altra parte, l’agenzia Mehr — voce ufficiale iraniana — ribatte con la sua versione: nessuna fiducia, nessun accordo. Teheran non si fida di Washington, e ha le sue ragioni storiche per non farlo. Il punto non è chi ha torto o ragione nella negoziazione in corso: è che le premesse stesse di qualunque intesa sembrano sfaldarsi giorno dopo giorno.
E mentre si tratta, si combatte. Il Wall Street Journal rivela che gli Emirati Arabi Uniti hanno condotto in segreto attacchi contro l’Iran: ad aprile un raid ha colpito una raffineria di petrolio sull’isola di Lavan. Abu Dhabi, ufficialmente neutrale o quasi, in realtà già in guerra per interposta azione. Non è una sorpresa per chi conosce la geopolitica del Golfo, ma è una conferma della vera natura del conflitto: non è bilaterale, non è lineare, non è gestibile con una sola mediazione. A complicare ulteriormente il quadro, il CBS News riferisce che il Pakistan — che si era proposto come mediatore tra Iran e Stati Uniti — ha nel frattempo consentito a Teheran di parcheggiare velivoli militari nei propri aeroporti. La neutralità è un lusso che nessuno può permettersi, e quando la si recita, si finisce per mentire a tutti.
Su Israele e Gaza, la settimana porta due notizie che si leggono insieme e fanno capire la direzione di marcia. La Knesset ha approvato una legge che istituisce un tribunale militare per giudicare i responsabili del 7 ottobre: una risposta giuridica a un crimine di guerra, almeno nelle intenzioni dichiarate. Al-Jazeera racconta però l’altro lato: Israele spingerebbe per impiccagioni e “processi farsa” per i detenuti catturati in quell’occasione. Due narrazioni opposte sullo stesso provvedimento. La verità, come sempre, sta nel merito del processo che verrà — ma il fatto che si parli già di “show trials” segnala che il garantismo non è il parametro dominante in questo momento. Nel frattempo l’Unione Europea ha finalmente sbloccato le sanzioni contro i coloni israeliani estremisti in Cisgiordania, a lungo bloccate dall’Ungheria di Orbán. Un segnale tardivo, ma reale.
Londra è nel mezzo di una crisi silenziosa eppure rumorosa. Secondo il Guardian, oltre sessanta deputati laburisti chiedono a Starmer di fissare un calendario per lasciare. Il Financial Times scrive che il premier sta “valutando” se la sua posizione sia ancora salvabile. Queste sono le parole che si usano quando la caduta è già cominciata e si cerca solo di governarne i tempi. Starmer ha vinto le elezioni con un mandato enorme, poi ha governato in modo incerto, e ora raccoglie quel che ha seminato. La Gran Bretagna rischia di ritrovarsi a negoziare la sua posizione in Europa — e nel mondo — con una leadership in transizione, il che non è un dettaglio.
Parigi e l’Africa: Macron è a Nairobi e annuncia ventitré miliardi di euro di investimenti, dichiarando che “l’Africa ha più bisogno di investimenti che di aiuti”. È una frase giusta, ma pronunciata nel momento in cui la Francia perde sistematicamente terreno nell’Africa occidentale francofona — Mali, Burkina Faso, Niger — e cerca di rimpiazzare quella presenza voltandosi verso i paesi anglofoni. È una virata strategica comprensibile, ma suona anche come una capitolazione mascherata da progetto. Il Daily Nation di Nairobi la descrive esattamente così. Il piccolo incidente protocollare — Macron che interrompe un oratore per chiedere silenzio in sala, ripreso dalla BBC con il commento “totale mancanza di rispetto” — è la metafora involontaria di questo neocolonialismo dei buoni propositi: si viene a portare miliardi, ma si fa ancora fatica ad ascoltare.
Chiude il Sudafrica. Ramaphosa dice “non mi dimetto”, nonostante la Corte Costituzionale abbia emesso la sua sentenza sul caso Phala Phala e il Parlamento abbia avviato le procedure per un impeachment. È la formula di chi non ha ancora perso abbastanza per andarsene, ma non ha più abbastanza forza per governare come se niente fosse. Un’altra crisi a bassa intensità che richiede attenzione.
Da Parigi arriva infine una notizia che, in un’altra settimana, avrebbe fatto più rumore: seicento professionisti del cinema — Depardon, Binoche, Haenel tra i firmatari — denunciano su Libération l’influenza di Vincent Bolloré sul settimo arte. Non è un tema di costume: Bolloré possiede o controlla catene di distribuzione, reti televisive, case editrici. Quando un solo soggetto privato riesce a condizionare la cultura di un paese, la questione smette di essere economica e diventa politica. I seicento firmatari lo sanno. Resta da vedere se qualcuno li ascolterà.
Il mondo va avanti. Non sempre in avanti.




