
Il Santa Maria della Scala e il tempo che non passa
30 Maggio 2026di Pierluigi Piccini
Nell’ultima settimana di maggio, a Siena, sono usciti quasi in fila tre annunci che non hanno niente in comune se non il momento in cui sono comparsi. Ampugnano: i vertici di Enac Servizi promettono di essere pronti “prima dell’estate”, trentaquattro milioni e mezzo di parte pubblica, il deputato in fotografia, il governo a fare da garante. Il Rastrello: venti milioni per una nuova curva San Domenico, un parcheggio multipiano incassato nel pendio, un’area per eventi sulla copertura, e un cronoprogramma che porta la fattibilità a dicembre, l’appalto al 2027, il cantiere al 2028. Il Santa Maria della Scala: si apre la mostra sul masterplan affidato a tre studi internazionali, diciottomila metri quadri “in attesa di sviluppo”, la regia della Fondazione, i fondi del Ministero. Tre cose lontanissime per natura — un’infrastruttura aeroportuale, un comparto urbano, un organismo museale — tenute insieme da una sola frase, che il sindaco ha pronunciato quasi alla lettera presentando lo stadio: Siena torna finalmente a progettare grandi opere.
Si vota nel 2028. Due anni: troppi perché sia rumore elettorale dell’ultima ora, e proprio per questo più insidiosi. Perché a due anni non si raccolgono voti, si costruisce l’agenda — si stabilisce quale sarà il vocabolario dentro cui la campagna si combatterà. E i cronoprogrammi lo dicono senza pudore: le scadenze di quei progetti maturano dentro la legislatura che verrà, l’una dopo l’altra, come un calendario di annunci già scritto. Non è una congiura, è una tecnica. La differenza, in politica, è quasi sempre questa.
Il punto che mi pare decisivo è di natura egemonica, nel senso più gramsciano del termine. La destra senese non inaugura cantieri: annuncia. E nell’annuncio si intesta un lessico — futuro, visione, concretezza, grandi opere — che per mezzo secolo è stato patrimonio del centrosinistra. Lo fa con una mossa doppia. Da un lato si dichiara il partito del fare; dall’altro tiene aperta, come promemoria perpetuo, la ferita del Monte. La battuta dell’assessore all’urbanistica — il centrosinistra faceva grandi disegni senza i soldi in tasca, noi ci muoviamo con il realismo del bilancio — non è una battuta di bilancio: è un’operazione sul linguaggio. Vi prendo la parola “visione” e ve la rendo come “velleità”. E al Rastrello c’è il caso più netto: la rivendicazione di aver tenuto lo stadio nella sua sede storica, “luogo identitario”, contro le ipotesi che lo volevano spostare. Ma le lotte per lasciarlo lì non sono mai state della destra — sono di chi, in altri anni, quella battaglia l’ha combattuta davvero. Oggi se ne incassa il merito come fosse proprio. Non si occupa soltanto un lessico: si occupa la memoria di una lotta altrui.
Bisognerebbe però chiedersi una cosa, prima di consegnare a una giunta il merito di un disegno. Quei tre dossier sono davvero un progetto unitario, o sono la convergenza di attori diversi — il Comune, la Fondazione del Santa Maria con la sua presidenza, Enac, la Regione che ci arriva per via di una mozione di un consigliere di Italia Viva, il Ministero che finanzia il masterplan — che il centrodestra si limita ad abilmente rivendicare come propri? Perché se è la seconda, e qualche indizio c’è, allora si tratta di processi pluriennali che precedono questa amministrazione e la travalicano, e che vengono semplicemente raccolti sotto un’unica bandiera nel momento opportuno. La paternità, in questi casi, è la prima opera pubblica che si inaugura.
E di fronte a tutto questo, l’alternativa. Mi è venuta in mente, parlandone, la vecchia talpa di Marx — quella del Diciotto Brumaio, che Marx aveva preso da Hegel e Hegel dall’Amleto: l’animale che lavora sottoterra, invisibile, “brav gewühlt”, finché un giorno la superficie si apre. Solo che quella talpa non aveva bisogno di occhi: la direzione gliela dava la Storia, lo scavo era preparazione di un affioramento previsto. La talpa vera, invece, è cieca per adattamento: a furia di vivere nel buio ha barattato gli occhi col cunicolo. Ed è qui che l’immagine morde. L’opposizione senese scava — congressi, organigrammi, avvicendamenti di capigruppo, l’eterno lavorìo correntizio — ma ha perso l’organo della superficie, l’occhio per la città di sopra. Risponde nel merito, e fa bene, ma sul terreno e con il vocabolario scelti dall’avversario, restando a discutere del passato invece di dire “ecco la nostra Siena”.
La cecità, qui, non è ignoranza che si possa colmare con un’informazione mancante. È adattamento, è forma di vita. Di dati, di dossier, di osservazioni puntuali sul Piano Strutturale ce ne sono quanti se ne vuole: quel che manca è il racconto, e il racconto non si fabbrica come una scheda tecnica. Si riesce a contestare ogni singola opera e non si riesce a immaginare un’altra città. E non si insegna a una talpa a vedere; ma se non basta scavare, non basta neppure stare a guardare lo scavo dall’alto. A un certo punto bisogna entrare nel merito.
Perché un merito c’è, e ha un nome che nessuna inaugurazione potrà mai fotografare: Beko. La vertenza, i lavoratori, un pezzo di città che produce e che rischia. È qui che le grandi opere annunciate rivelano la loro funzione. Una giunta che all’elettore non porta quasi nulla di fatto si accontenta di promesse dalla scarsa possibilità di realizzazione — e quelle promesse non servono a essere realizzate, servono a occupare lo spazio del linguaggio: a riempire il campo del discorso, perché all’avversario non resti un palmo di terreno non già detto. Ma il lavoro non è una parola. Il posto di chi rischia il posto non si occupa con un annuncio, e contro l’occupazione del linguaggio la critica può poco, perché la critica abita lo stesso spazio e finisce per confermarlo: serve una via diversa, detta per intero. Per questo, prima di ogni altra cosa, una domanda che si scioglie solo entrando nel merito: siamo davvero sicuri che la via scelta da questa maggioranza per la Beko sia l’unica possibile?




