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Le richieste di convocazione avanzate al ministro sono legittime, e nel merito dicono cose in gran parte vere e giuste. Sarebbe però ingenuo fermarsi alla superficie, perché dietro quelle richieste corre anche uno scontro politico, e riaffiora il vecchio gioco del cerino: a chi resterà in mano quando la fiamma sarà arrivata in fondo. La mossa del fronte comune, in questo senso, non è affatto ingenua. È anzi la più accorta a disposizione di chi vede arrivare il pericolo e teme di non poterlo fermare: ha un suo valore sostanziale, e insieme serve a mettere agli atti una posizione. Se un domani si svuoterà la direzione generale, resterà scritto chi aveva chiesto di essere ascoltato senza ricevere risposta. È un passo più difensivo che risolutivo, ma nella sua misura anche dovuto.
Letto in questa luce, anche il silenzio di Giorgetti andrebbe interpretato più che deprecato, perché più che maleducazione è, a suo modo, già una risposta. E la stessa richiesta di “rispetto istituzionale” tradisce una posizione ormai fragile: il rispetto si invoca quando non si ha più il potere di imporlo. Il Mef è sceso al 4,8 per cento e ha ribadito la volontà di uscire, sicché ha poco da concedere a un territorio che si presenta senza leve, mentre la partita ormai si decide altrove. Il disegno di Intesa è prendersi Mediobanca con la quota Generali, assorbire circa 600 filiali del Monte e far confluire in Unipol il marchio e le funzioni centrali; e i due azionisti che davvero pesano, Caltagirone e Delfin insieme al 27 per cento, non sono nemmeno tra i destinatari dell’appello.
Conviene però essere onesti su una data spesso fraintesa. Il 1995, con la separazione tra Fondazione e società per azioni, non segna il momento in cui Siena perde la banca, ma semmai quello in cui ottiene gli strumenti per governarla: la sovranità, allora, si rafforza. Il guasto viene dopo, e sta tutto dentro le scelte di chi ha amministrato quel tesoro immenso: la sciagurata Antonveneta del 2007, con le sue coperture politico-finanziarie trasversali, e poi la difesa a ogni costo della quota di controllo, che ha prosciugato le casse della Fondazione fino quasi a ucciderla. Chi doveva custodire ha impegnato, e ha finito per perdere insieme il tesoro e il controllo. I senesi hanno pagato quel salvataggio con anni di sacrifici.
Da qui una domanda che raramente viene posta: chi avrebbe davvero titolo per farsi ricevere? Non tanto la triade politica, quanto la Fondazione Monte dei Paschi, che però in questa vicenda è la grande assente. È lei la forma giuridica attraverso cui il territorio avrebbe dovuto custodire la propria quota, ed è su di lei che grava un’architettura di controllo precisa. All’interno operano l’organo di indirizzo, espressione degli enti designanti — Comune, Provincia, Regione, Università, Arcidiocesi —, l’amministrazione e il collegio dei revisori; all’esterno vigila il Ministero dell’Economia, Autorità di vigilanza sulle fondazioni bancarie fin dalla legge Ciampi del 1999, che ne approva gli statuti, la ispeziona e, nei casi gravi, può sciogliere gli organi e nominare un commissario. La Corte costituzionale, nel 2003, ha chiarito che le fondazioni sono soggetti privati; e il Protocollo Acri-Mef del 2015 ha poi vietato di concentrare più di un terzo del patrimonio in una sola partecipazione e di indebitarsi per difenderla, regole scritte dopo il disastro per impedire proprio ciò che a Siena era già accaduto.
Ne nasce un paradosso quasi malinconico: il territorio si rivolge al Mef, cioè all’autorità che vigila sulla Fondazione assente, e lo fa attraverso gli stessi enti che, come enti designanti, avevano presieduto alla difesa della quota che quella Fondazione ha svuotato. Si chiede udienza, insomma, al controllore del proprio rappresentante mancante.
Vale la pena, a questo punto, ricordare il tono di appena un anno fa, quando il Monte si prese Mediobanca e prevalevano soddisfazione e orgoglio. La stessa Carletti che oggi lamenta il silenzio, nel settembre 2025 confidava che l’operazione si traducesse in una nuova opportunità di sviluppo condiviso; la sindaca Fabio salutava una nuova era; Meloni aveva benedetto il terzo polo tricolore; Salvini parlava di giornata storica; e lo stesso Giorgetti si diceva orgoglioso di aver risanato la banca nell’interesse di tutti i contribuenti. C’è poi un dettaglio che pesa: i due parlamentari del territorio, l’onorevole Michelotti e il senatore Franceschelli — quest’ultimo membro della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario — sarebbero quelli che a Roma potrebbero davvero bussare alla porta di Giorgetti, e sono invece rimasti piuttosto silenti.
Eppure proprio quella stagione di entusiasmo conteneva il rischio. L’operazione, come ricostruisce la Procura di Milano, era orientata soprattutto al controllo di Generali, con l’uscita pilotata del Mef verso Delfin e Caltagirone, più che all’interesse di Siena. E la crescita del Monte lo ha reso, a sua volta, più appetibile: il cacciatore ha finito per attirare un predatore più grande.
Resta, in tutta la vicenda, un solo punto davvero difficile da comprendere: l’assenza della Fondazione Monte dei Paschi. È l’unico soggetto che avrebbe avuto pieno titolo per sedersi al tavolo e parlare in nome del territorio, e non c’è. Il suo silenzio non pare distrazione né semplice prudenza: è la misura di quanto Siena si sia allontanata dalla propria banca. Le firme in calce alla lettera dicono ciò che resta; quella che manca dice ciò che si è perduto.





