
Piancastagnaio, il Coro inaugura il museo
4 Agosto 2026di pierluigi piccini
C’è un’unità, a Siena, che tutti celebrano e nessuno crede. Sotto, si combatte una guerra che non riguarda il Monte, ma chi potrà dirsi, a cose fatte, il suo difensore. Il Consiglio comunale ha votato compatto, il fronte a tre ha bussato al Ministero, la convocazione del 20 agosto è arrivata. Ma quella compattezza nasce da un ritiro: le mozioni di parte tolte dall’ordine del giorno prima di discuterle. Il conflitto non è sparito, è solo sceso di piano — dai banchi ai comunicati, alla gestione dei tempi.
La destra difende dalla posizione più scomoda: governa la città e appartiene al governo di Roma. Ha accumulato un vantaggio d’immagine — la sindaca che tiene, il canale con l’esecutivo — ed è esattamente ciò che il dossier rischia di farle bruciare. Difendere la senesità della banca significa chiedere qualcosa a un governo che è il suo, mentre quel governo ragiona in chiave nazionale e prepara l’uscita dal capitale. Da qui il metodo sotto traccia, e il “molto rumore per nulla” che protegge insieme il rapporto con Roma e la narrazione che quel rapporto funzioni.
La sinistra fa la mossa speculare, con più libertà perché a Roma non ha nulla da custodire. Il documento del campo largo incalza il Ministero e il centrodestra locale nello stesso gesto, per costringere la destra a scegliere tra fedeltà al territorio e fedeltà alla coalizione. Recuperare in immagine, per il centrosinistra, vuol dire riprendersi il monopolio simbolico della difesa del Monte.
Ma un’ambiguità li frena entrambi. Giani, che dovrebbe guidare la critica all’inerzia, è a sua volta presidente di un governo e firma lo stesso fronte della sindaca di destra: tono istituzionale, coltello in fodero. E la destra, rivendicando la convocazione, ammette che una difesa andava fatta — cioè dà ragione all’avversario. Nessuno può andare fino in fondo, e il duello resta di forma. Intanto tace il soggetto che un tempo decideva davvero: la Fondazione, diluita fino all’irrilevanza, muta nel momento decisivo.
Conviene però diffidare della cornice tragica. La sovranità azionaria Siena l’ha persa nel 2017, non adesso: non si perde ciò che non si possiede più. Quel che resta in gioco è il perimetro — direzione, occupazione, marchio, sede — e lì la partita è aperta per strumenti reali: il golden power può imporre condizioni, l’offerta è volontaria, il consiglio la giudica a sconto e i conti del semestre reggono la strada autonoma. Non è un funerale.
Ed è qui la natura della contesa. Destra e sinistra non si battono per il Monte — le leve sono negli azionisti, nelle authority, a Palazzo Chigi — ma per il diritto di dirsi, poi, il difensore che ci provò sul serio. Un titolo che si assegna a parole, perché nei fatti l’esito non è in mano a nessuno dei due. Eppure la recita è vera due volte: perché è recita, e perché da quanto suona credibile, da quanto arriva a Roma, può dipendere qualcosa. Non tutto. Ma qualcosa. E giocarsi bene quella parte, per una città che sulla banca ha costruito la propria identità, è l’ultimo margine rimasto: non sprecarlo litigando su chi lo impugna.





