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C’è un momento, in ogni partita difensiva, in cui chi difende si accorge che il terreno su cui è arretrato non gli appartiene più — e da lì in poi non gioca più contro un avversario, ma contro l’orologio. Luigi Lovaglio è arrivato a quel punto. Dopo il passo indietro del consiglio di Banco Bpm, che il 31 luglio ha interrotto le trattative per la fusione con Rocca Salimbeni con il veto di Crédit Agricole a pesare sulla decisione, al ceo di Mps restano poche opzioni per difendersi dall’opas lanciata da Intesa Sanpaolo. E mentre lui cercava un’alternativa, il mercato — che non ha sentimenti — ha già scelto: ai prezzi del 3 agosto il concambio, sedici azioni Intesa ogni dieci Mps più un euro per titolo, produce un premio di appena lo 0,43%, quasi un’offerta alla pari, e Messina ha ribadito l’operazione ai valori definiti, dicendo che ci sono “zero possibilità” di aumentare il prezzo. Non c’è nemmeno la rete di un ritocco al rialzo: l’offerta è quella, e ogni giorno che passa la rende più difficile da rifiutare. È questo il primo modo in cui il tempo lavora contro di lui.
Per capire quanto sia stretta la trappola conviene risalire la parabola, perché è tutta scandita da un cronometro che gira sempre più veloce. A fine marzo Lovaglio era stato privato delle deleghe e licenziato da direttore generale, dopo aver portato a termine l’acquisizione di Mediobanca; poi, il 16 aprile, la resurrezione, con l’assemblea che, presente il 64% del capitale e con il voto determinante di Delfin, primo azionista al 17,5%, sconfigge la lista del cda uscente e lo riporta al vertice sulla lista di PLT Holding della famiglia Tortora. Ma è proprio qui il paradosso che avvelena ogni sua mossa successiva: chi lo ha rimesso in sella — Delfin, il fronte Caltagirone — ha già fatto chiare aperture all’offerta di Intesa. Difende una fortezza consegnatagli da chi ha già deciso di venderla, e non ha il tempo di cambiare gli azionisti che dovrebbero seguirlo.
Dentro le mura, intanto, la crepa si è allargata proprio nel momento peggiore. Quattro consiglieri — Boccardelli, Centra, Maione e De Martini — hanno formalizzato una lettera al presidente Bisoni contestando la gestione del dossier Banco Bpm, con carenze informative e mancanza di autorizzazioni collegiali; e l’accusa è più tecnica e più insidiosa di quanto la cronaca lasci intendere, perché la lettera ricorda che Banco Bpm è parte correlata di Mps e che qualsiasi aggregazione avrebbe dovuto passare preventivamente dal Comitato per le operazioni con parti correlate, passaggio che secondo i firmatari non è avvenuto. Il fronte critico non è però del tutto compatto: Corrado Passera, quinto esponente delle minoranze, non ha firmato. Resta il fatto che l’alternativa è stata costruita in solitudine, e forse in solitudine perché non esisteva davvero. Da un lato la passivity rule impedisce al consiglio di adottare misure difensive senza il via libera dell’assemblea straordinaria; e quel via libera era un muro, perché l’assemblea straordinaria delibera con almeno i due terzi del capitale presente: ipotizzando l’affluenza dell’ultima assemblea, per la fusione sarebbe servito il sì del 43,3% del capitale, ben oltre il 32,43% ottenuto dalla lista Tortora che aveva ricandidato Lovaglio. Dall’altro ogni ipotesi su Piazza Meda si infrangeva sul fatto che Crédit Agricole, primo azionista di Banco Bpm con il 29,3%, preferisce un’integrazione tra Banco Bpm e Crédit Agricole Italia. La contromossa italiana, a guardarla bene, aveva un socio francese col diritto di veto e un’assemblea da conquistare con numeri che non c’erano: per aggirare l’uno e costruire gli altri servivano mesi che Lovaglio non aveva.
Restava l’asso nella manica, ed è utile fermarcisi, perché mostra meglio di ogni altra cosa quanto la partita sia già decisa. Secondo Domani, Lovaglio starebbe valutando la cessione della quota del 13,3% detenuta in Generali tramite Mediobanca, per finanziare un dividendo straordinario agli azionisti prima della fusione con Banco Bpm e rendere così l’operazione più appetibile dell’opas. Sulla carta è la mossa più spregiudicata; nei fatti è un’arma che non si può impugnare. Anzitutto per i tempi: un pacchetto di quel peso non si liquida in silenzio, o passi da un collocamento accelerato che muove il titolo e ti fa incassare meno di quanto vale, o cerchi un compratore strategico, e allora servono settimane, verifiche, autorizzazioni — tempo che il calendario ha già mangiato. Poi per la forma: una cessione concepita in funzione anti-Intesa ha tutta l’aria della misura difensiva che, sotto opas, richiede lo stesso passaggio in assemblea straordinaria che si è appena visto quanto sia impervio. Ma la ragione più profonda è politica, ed è quella delle rassicurazioni dovute al Mef. Generali non è una partecipazione qualsiasi: è il primo gruppo assicurativo del Paese, il custode del risparmio nazionale, esattamente l’asset attorno a cui ruota tutta la retorica dell’interesse strategico. Il Tesoro è ancora nel capitale del Monte con il 4,8% e sta gestendo la propria uscita: non può tollerare che quella quota si muova in modo da allentare il presidio italiano sul Leone. E qui il cerchio si stringe fino a diventare beffardo, perché proprio quel 13,3% siede al centro dell’inchiesta milanese sul presunto disegno di controllare Generali attraverso Mediobanca: toccarlo ora, da indagato su quel terreno, significa maneggiare materiale radioattivo. Senza contare che venderlo vorrebbe dire tradire la ragione strategica degli stessi azionisti — Delfin, Caltagirone — che quel Leone lo volevano. Difenderebbe la banca colpendo la base che lo sostiene. L’asso, insomma, è già scoperto.
Il punto che ci toglie il sonno, però, non è tattico ma ontologico, e sopravvive a qualunque esito della corsa contro il cronometro. L’architettura dell’operazione prevede infatti che a Unipol vadano il marchio Monte dei Paschi di Siena, circa 635 filiali e parte delle strutture centrali, destinati all’integrazione con Bper, mentre a Intesa restino le altre filiali, il controllo di Mediobanca e la partecipazione in Generali. Si legga con attenzione: il nome — la banca più antica del mondo — resterebbe come insegna su una rete Bper; la cosa, il cuore patrimoniale, migrerebbe altrove. È la separazione tra il nome e la sostanza portata alla sua forma più fredda. Chi, come me, nel 1995 lavorò alla separazione tra SpA e Fondazione sa che quella distinzione fu pensata per proteggere un legame col territorio, non per prepararne la liquidazione simbolica; e vedere oggi il rischio opposto — un’etichetta che sopravvive alla cosa che nominava — è una malinconia che nessun premio di Borsa risarcisce.
Su tutto grava poi un’ombra giudiziaria che non va né esagerata né rimossa, e che sottrae a Lovaglio anche quella legittimità che il tempo, in altre condizioni, avrebbe potuto restituirgli. Dal 27 novembre è indagato dalla Procura di Milano, come concorrente esterno, per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, con Caltagirone e Milleri, sull’ipotesi di un accordo occulto per il controllo di Mediobanca e Generali. Va però ricordato, per onestà, che un documento Consob del 15 settembre 2025 afferma che “non sussiste il patto occulto” e “non sussiste il concerto”: l’inchiesta prosegue, ma l’impianto vacilla, e chi vuole usarla come clava contro il management farebbe bene a leggere le carte prima dei titoli.
Resta la domanda politica, l’unica che davvero conti, e anch’essa appesa a un calendario. Giorgetti ha detto che il governo è neutrale, che il comitato golden power valuterà eventuali prescrizioni ma che un intervento di stop appare improbabile; una neutralità che, mentre la maggioranza si divide — Forza Italia contraria, Lega spaccata — e la Bce si prepara al via libera, somiglia a un’abdicazione travestita da prudenza. Il golden power non è un capriccio: è lo strumento con cui uno Stato dichiara che una cosa è strategica. Non attivarlo, qui, significa dire che il Monte non lo è — e con esso un territorio.
Il resto è cronometro. Giovedì 6 agosto il consiglio di Rocca Salimbeni approva la semestrale, illustrata la mattina successiva dall’ad, forse l’ultima occasione per dimostrare che la banca vale più di quanto le si offra e per misurare, in presa diretta, la frattura interna; poi il 10 settembre l’assemblea di Intesa approva l’aumento di capitale a servizio dell’opas, e se Messina arrivasse al 66,67% assumerebbe il controllo di diritto, rendendo impossibile l’aggregazione con Bpm. Lovaglio non combatte più contro Messina. Combatte contro il tempo — e il tempo, si sa, non tratta.





