
Carly Rae Jepsen – Call Me Maybe
16 Settembre 2026
Caso David Rossi, la commissione entra nella fase forense: simulazione al Foro Italico e nuove audizioni
16 Settembre 2026Mps, l’Antitrust indaga sulla concorrenza. Ma la posta vera è il risparmio degli italiani
Lo avevo scritto prima che la delegazione degli enti locali salisse da Giorgetti: il punto non è il prezzo, è l’assicurazione. E non fui ascoltato. Adesso a nominare Generali è il compratore.
di pierluigi piccini
La notizia che tutti leggono è l’apertura dell’istruttoria dell’Antitrust sull’offerta di Intesa Sanpaolo per il Monte dei Paschi: un faro, dice il titolo del giornale, sugli effetti per la concorrenza. È una notizia vera, e non piccola. Ma nella stessa pagina c’è una frase che pesa più dell’istruttoria, e che quasi nessuno ha raccolto. La pronuncia il presidente di Intesa, Gian Maria Gros-Pietro: l’operazione, dice, porta “vantaggi anche per Generali”, e Intesa, come investitore, potrebbe “contribuire alla solidità del Leone”. Sembra una cortesia. È invece l’ammissione che chiude una discussione durata mesi.
L’ho sostenuto a lungo, e senza mai discutere di prezzo. Il prezzo è il terreno degli azionisti; io ho seguito un’altra strada, e l’ho messa per iscritto prima che la delegazione degli enti locali salisse a Roma dal ministro Giorgetti. Il punto non è quanto rende l’operazione, ma che cosa sposta. E ciò che sposta non è una banca di provincia: è una catena di tre anelli soltanto.
Primo anello: il Monte dei Paschi possiede l’ottantasei per cento di Mediobanca. Secondo: Mediobanca è il primo azionista delle Generali, con circa il tredici per cento — non la maggioranza, ma molto più di chiunque altro, e in una società a capitale sparso è quel pacchetto che di fatto comanda. Terzo: le Generali sono la più grande compagnia assicurativa italiana, e nelle loro casse c’è una parte consistente del risparmio delle famiglie — polizze vita, previdenza, il denaro messo da parte per la vecchiaia — investito in larga misura in titoli di Stato. Le Generali sono, cioè, tra i maggiori creditori privati dello Stato italiano.
Si legga la catena al contrario, perché è così che si capisce. Chi compra il Monte compra Mediobanca. Chi ha Mediobanca pesa sulle Generali. Chi pesa sulle Generali siede sopra il risparmio degli italiani e sopra una parte del debito pubblico. Non è un’operazione bancaria: è una leva sul Paese. Questo avevo scritto — e questo oggi conferma il compratore stesso, quando parla di vantaggi per Generali.
Da qui la ragione per cui ho insistito, e continuo a insistere, su un terreno solo. Non tutti i poteri speciali dello Stato — il cosiddetto golden power — hanno la stessa forza, e uno soltanto morde davvero. Quando l’anno scorso il Governo lo ha usato in una vicenda bancaria, l’offerta di UniCredit su Banco BPM, la Commissione europea ha aperto contro l’Italia una procedura formale: adoperata per fermare un’aggregazione tra banche, quella legge somiglia a protezionismo travestito da sicurezza, e davanti a Bruxelles non regge. Sul risparmio assicurativo è tutt’altra cosa. Lì non si difende una banca dalla concorrenza: si stabilisce chi decide dove va il denaro che gli italiani hanno accantonato per la vecchiaia. È un argomento che tiene davanti a qualunque autorità europea.
E non sono io a dirlo per primo: lo ha già stabilito lo Stato. Nel 2025 le Generali trattavano con la francese Natixis per unire la gestione del risparmio; il Governo lasciò capire di poter usare il golden power, e la trattativa si chiuse senza che servisse nemmeno firmare un provvedimento. Ma allora si spostava soltanto la gestione di una parte dei risparmi, e il padrone della compagnia restava lo stesso. Oggi a cambiare proprietario è il pacchetto che indirizza le Generali, cioè il comando. È di più, non di meno.
Va aggiunta una cosa, perché un argomento che colpisce solo l’avversario non è un argomento ma un’arma. La strada alternativa, quella che il consiglio del Monte dice di preferire — la fusione con Banco BPM — porta anch’essa le Generali dentro un gruppo il cui primo azionista è francese, il Crédit Agricole, salito al 29,3 per cento e oggi capace di condizionare qualunque mossa su quella banca. In quel caso il golden power sarebbe più facile da applicare, non meno. La questione dell’assicurazione vale per entrambi gli scenari, compreso quello che a Siena piacerebbe di più.
Il fatto nuovo è che questa lettura non è più contestabile come opinione di parte. Finché lo dicevo io, si poteva archiviare come un’ossessione locale. Ora a mettere Generali tra le cose che si porta a casa è l’acquirente; e l’Antitrust, che pure guarda soltanto ai mercati, punta il dito esattamente sullo stesso nodo: il legame tra Intesa e Generali, il rischio di scambio di informazioni sensibili, le quote congiunte nella produzione e distribuzione delle polizze vita e danni. Due autorità, due ragionamenti opposti, un solo nervo scoperto.
Resta il compito, ed è l’unico che conti. Gros-Pietro offre “solidità” e “vantaggi”: parole. Una dichiarazione a un giornalista non è un obbligo — vale finché resta al suo posto chi l’ha pronunciata, e non vincola chi verrà dopo. Il golden power serve proprio a trasformare quella promessa in un impegno scritto, con una durata precisa e una conseguenza se non viene rispettato: è tutta qui la differenza tra una rassicurazione e una garanzia. E le condizioni si scrivono adesso, durante l’istruttoria, non a dicembre quando tutto sarà deciso; dopo, si commentano soltanto. La rassicurazione del presidente di Intesa è, parola per parola, la prova che quella garanzia va pretesa — e va pretesa per iscritto, ora che a nominare la posta è stato lui.





