
Il Sommo Bene sotto i piedi
30 Maggio 2026di Pierluigi Piccini
C’è un pavimento che racconta tutto. È quello del refettorio dei frati, nel cuore del Santa Maria della Scala: sbrecciato, segnato dalla fase ospedaliera moderna, mai restaurato. Oggi quel pavimento è esposto in mostra come simbolo ideale di ciò che questa città sta per fare. Ma è anche — e nessuno lo dice — il documento esatto di ciò che questa città non ha fatto.
Questo articolo non è scritto contro il masterplan. Non è scritto contro i tre studi di architettura chiamati a immaginare la nuova fase, né contro chi li ha scelti, né contro chi oggi inaugura con entusiasmo sincero una mostra ambiziosa. È scritto per fare una cosa sola: porre la domanda che nessuno pone. Una domanda storica, non politica. Una domanda che una città seria dovrebbe farsi prima di inaugurare qualsiasi celebrazione del proprio futuro. La domanda è questa: abbiamo capito perché ci siamo fermati? Perché finché quella domanda resta senza risposta, ogni nuovo inizio — per quanto visionario, per quanto ben progettato, per quanto sostenuto da buone intenzioni — poggia su una crepa. E quella crepa ha un nome preciso: si chiama refettorio dei frati, e il suo pavimento sbrecciato aspetta da quasi quarant’anni.
Bisogna partire da qui. Non dai rendering, non dall’auditorium, non dalle spine verso il Duomo. Da quel pavimento.
Negli anni Novanta Siena fece una cosa rara. Bandì un concorso internazionale per la trasformazione del Santa Maria della Scala, lo vinse Guido Canali, e cominciò un lavoro che il mondo dell’architettura osservò con rispetto. Canali non era un esecutore: era un interprete. Capì che quel corpo enorme — pellegrinaio medievale, ospedale per secoli, deposito di vita e di morte senese — non poteva essere semplicemente ristrutturato. Doveva essere riletto. E lo rilesse con rigore, con lentezza, con una coerenza formale che trasformò circa metà del complesso in qualcosa di straordinario.
Poi si fermò.
Non per colpa sua. I soldi finirono, o la volontà politica si esaurì, o entrambe le cose insieme. I 18.000 metri quadrati rimasti intatti rimasero tali. Il refettorio dei frati rimase con il suo pavimento sbrecciato. E Siena continuò a inaugurare mostre, a ospitare eventi, a raccontarsi come città d’arte e di cultura, senza mai rispondere alla domanda semplice: perché non abbiamo finito?
Questa domanda è la sola che conta. Ed è la sola che la mostra inaugurata oggi non pone.
Oggi si riparte. Tre studi internazionali — LAN Architecture, Odile Decq con Pangalos Feldmann Architects, Hannes Peer — sono stati selezionati senza una procedura concorsuale pubblica nel senso tradizionale del termine. Molinari parla di un processo selettivo interno, di una regia condivisa nata dalla complessità del luogo. Un masterplan orienta. Al centro dell’operazione, Molinari introduce il concetto di “spine” — connessioni verticali e orizzontali che attraversano il complesso e lo aprono verso il Duomo e la Valle.
È qui che vale la pena fermarsi, perché le spine non sono un’invenzione. Sono l’applicazione di un metodo consolidato che ha una storia precisa e una letteratura precisa: lo strutturismo. La tradizione che va da Aldo van Eyck a Herman Hertzberger, passando per il Team X, leggeva l’architettura secondo due assi inseparabili. Il primo è diacronico: la stratificazione nel tempo, i livelli sovrapposti di significato, la memoria fisica del manufatto che ogni intervento deve saper leggere prima di osare aggiungere qualcosa. Il secondo è sincronico: le connessioni orizzontali tra parti coesistenti, la grammatica delle relazioni tra spazi che esistono contemporaneamente e che devono parlarsi. Le spine non sono corridoi: sono esattamente questo doppio asse applicato al corpo del Santa Maria della Scala. Riconoscono nell’edificio non un contenitore ma un tessuto vivo, con una propria logica che preesiste a qualsiasi intervento contemporaneo e che qualsiasi intervento è tenuto a rispettare.
Questo metodo era già presente, e teorizzato con ben altra profondità, nel lavoro di Giancarlo De Carlo con i laboratori ILAUD al Santa Maria della Scala. De Carlo era uno dei pensatori più vicini allo strutturismo europeo: leggeva gli edifici storici come organismi viventi, sosteneva che qualsiasi intervento dovesse partire dall’ascolto della struttura esistente prima di proporre qualsiasi aggiunta. La mostra ripercorre quella stagione — i laboratori ILAUD, il confronto con De Carlo — usandola come legittimazione storica dell’intera operazione.
Ma c’è un cortocircuito che nessuno nomina. De Carlo non era solo un teorico dell’ascolto architettonico: era il teorico della partecipazione e della trasparenza dei processi. Sosteneva che le decisioni sugli spazi pubblici dovessero essere aperte, verificabili, condivise con la comunità che quegli spazi avrebbe abitato. Usarlo come padre nobile di un’operazione condotta senza una procedura concorsuale pubblica vincolante per le amministrazioni future è una contraddizione che la mostra non risolve. La porta aperta come metafora teorica, e la porta chiusa come pratica istituzionale.
La domanda resta. Cosa è cambiato, strutturalmente, perché questa volta vada diversamente? Non nei progetti. Non nelle intenzioni. Nei meccanismi. Chi decide quando e come si procede? Chi controlla che i tre linguaggi dei tre studi non si contraddicano? Chi ha l’autorità di fermare ciò che viola la cornice comune? Chi gestisce il passaggio tra una fase e l’altra quando cambia la maggioranza in Comune o scade il mandato del presidente della Fondazione?
A queste domande la mostra non risponde. L’inaugurazione non risponde. Le dichiarazioni del sindaco e del presidente non rispondono. Rispondono sul piano della visione. Non rispondono sul piano del meccanismo. E il meccanismo è tutto.
Molinari chiama il suo strumento “esoscheletro concettuale e infrastrutturale”. In biologia, gli organismi con esoscheletro crescono per mute: ad ogni stadio devono abbandonare il vecchio guscio, restare per un tempo nudi e vulnerabili, aspettare che il nuovo si indurisca. Quel momento di fragilità estrema, nella storia dei grandi complessi monumentali italiani, ha sempre lo stesso nome: il cambio di amministrazione che azzera la memoria, il finanziamento che non arriva, la volontà politica che si esaurisce prima che il guscio nuovo sia pronto.
Il Santa Maria della Scala ha già vissuto quella muta. Il refettorio dei frati ne è la prova fisica.
Canali vinse un concorso pubblico. Quella procedura non era solo trasparenza formale: era un atto di protezione del progetto. Vincolava le amministrazioni future, creava un riferimento giuridico e culturale difficile da ignorare, costruiva attorno al progetto una legittimità che sopravviveva ai cicli politici. Non bastò — il refettorio dei frati è lì a dimostrarlo. Ma era la condizione necessaria, anche se non sufficiente.
Oggi quella condizione non c’è. La selezione senza procedura concorsuale pubblica produce un’operazione priva della protezione istituzionale che un concorso avrebbe garantito. Domani, con un’altra amministrazione, un altro presidente, un altro curatore, tutto può essere rimesso in discussione. E non ci sarà nessuna procedura concorsuale pubblica vincolante a impedirlo.
C’è poi un dato che la stampa locale cita quasi di passaggio ma che è il più rivelatore di tutti: lo statuto della Fondazione — quello che dovrebbe aprire all’ingresso del Ministero della Cultura, di nuovi soci privati, di soggetti istituzionali capaci di garantire la tenuta nel tempo — arriva in commissione consiliare la prossima settimana. Si inaugura oggi una mostra sul futuro di un’istituzione il cui strumento giuridico non esiste ancora. Prima la scena, poi le fondamenta.
E c’è la retorica del confronto con il Centre Pompidou, ripetuta con insistenza: Siena, 50.000 abitanti, avrebbe un complesso paragonabile per dimensioni al museo parigino. È vero in termini di metri quadrati. Ma il Pompidou ha un bacino metropolitano di milioni di visitatori, un finanziamento statale strutturale e una governance che garantisce continuità indipendentemente dalle amministrazioni locali. Usare quella comparazione senza un modello di gestione dichiarato è un argomento che, a forza di essere ripetuto, finisce per rivelare esattamente la fragilità che vorrebbe nascondere.
La domanda vera non è se il Santa Maria della Scala meriti di essere completato. Ovviamente sì. È uno degli organismi architettonici più straordinari d’Europa, e chiunque abbia avuto la fortuna di stare in quegli spazi sa cosa significa trovarsi dentro secoli di vita civile accumulata.
La domanda è un’altra, ed è storica prima che politica: una città che non ha finito ciò che aveva cominciato quasi quarant’anni fa, con quali argomenti chiede fiducia per ciò che annuncia oggi?
La risposta onesta è che quegli argomenti non esistono ancora. Esiste una visione. Esistono tre studi. Esiste un curatore. Ma una visione senza meccanismo è un sogno. Tre studi senza procedura pubblica sono una scelta. Un curatore senza continuità istituzionale è un mandato a termine.
Il refettorio dei frati aspetta da quasi quarant’anni. Aspetta ancora. E il suo pavimento sbrecciato è, oggi come ieri, la domanda più precisa che si possa fare al futuro del Santa Maria della Scala.




