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C’è un modo di leggere le prime pagine di una domenica di guerra che consiste nel non separarle. Prese una per una, le notizie di questo fine maggio si dispongono in caselle ordinate: il Comando Centrale americano che annuncia attacchi di autodifesa contro radar e siti di comando e controllo di droni iraniani a Goruk e sull’isola di Qeshm; il Kuwait che, ancora una volta, denuncia le proprie difese aeree impegnate contro missili e droni ostili attribuiti a Teheran; l’esercito israeliano che prende il controllo del castello di Beaufort, venticinque chilometri oltre la linea di frontiera, dopo aver superato il Litani. Lette così, ciascuna è un fatto. Lette insieme, sono una superficie sola: la guerra che ha smesso di avere un fronte e si è fatta clima, atmosfera permanente, condizione del mondo. La domanda che vorrei tenere aperta è cosa esattamente questa guerra distrugga, oltre alle persone — che restano sempre, e prima di tutto, il fatto. E la mia ipotesi è che distrugga lo spessore.
Cominciamo da Beaufort, perché è il punto in cui la perdita di spessore si vede a occhio nudo. Qal’at ash-Shaqif è una fortezza crociata del XII secolo costruita sopra fortificazioni più antiche, e nei suoi muri si leggono in stratigrafia i Crociati, l’esercito del Saladino, i Mamelucchi, gli Ottomani, il mandato francese, l’OLP, l’occupazione israeliana dei diciotto anni e poi Hezbollah. È, letteralmente, tempo accatastato in pietra: un palinsesto. Quando l’IDF vi pianta la bandiera e Netanyahu parla di «svolta», ciò che accade non è soltanto un guadagno tattico — il dominio sullo snodo che lega Sidone, Tiro e Nabatiye. È la riduzione di un palinsesto a evento mediatico, di mille anni a un fotogramma. E intanto vengono rasi al suolo decine di villaggi storici, in un Paese che conta settantatré siti tutelati dall’Unesco. Qui non si tratta di retorica del patrimonio: si tratta di capire che la prima vittima della guerra contemporanea, dopo i corpi, è la profondità del luogo. Salvatore Settis lo ripete da decenni e vale anche per le rocche del Libano come per le nostre: un paesaggio stratificato è una forma di memoria collettiva, e la sua cancellazione è una cancellazione di futuro. La pietra che ricorda viene sostituita dalla pietra che fa notizia.
Il secondo livello lo fornisce, quasi a soccorso, il ritratto del produttore d’armi Mikhail Kokorich — l’uomo del Destinus, dei missili ipersonici, «l’uomo che sta cambiando il volto della guerra». La formula è esatta e va presa alla lettera: la guerra ha un volto, ed è cambiato. Paul Virilio lo aveva nominato meglio di tutti con quella sua parola spigolosa, dromologia, la scienza della velocità: non c’è più un campo di battaglia, c’è una logistica della percezione, dove vince chi colpisce prima che l’avversario abbia finito di vedere. Il drone abbattuto su acque internazionali, i velivoli d’attacco eliminati «prima del lancio», il missile che arriva a Mach cinque: è la guerra ridotta a differenziale di tempo. E quando un imprenditore privato — geniale, sincero, nato in Russia e schierato con l’Ucraina — diventa il soggetto che «cambia tutto», significa che lo Stato ha cessato di essere il monopolista della forza e che la guerra, come ogni altra cosa, è stata data in appalto all’accelerazione. Hartmut Rosa direbbe che è il trionfo dell’Akzeleration sulla risonanza: un mondo che corre talmente veloce da non poter più rispondere a nulla, men che meno a una fortezza di settecento metri d’altura che da mille anni guarda il Litani senza fretta.
Poi c’è lo schermo, e lo schermo è Trump: cinquanta messaggi in nove ore, immagini generate con l’intelligenza artificiale, «io più popolare di Elvis», il volere il proprio profilo sul Monte Rushmore. Sarebbe comodo liquidarlo come bizzarria caratteriale. È invece il punto teoreticamente più serio della giornata. Günther Anders, settant’anni fa, chiamò dislivello prometeico lo scarto incolmabile tra ciò che siamo capaci di produrre e ciò che siamo capaci di immaginare e sentire: facciamo la bomba ma non riusciamo a pensarla. Le immagini di guerra fabbricate dall’AI sono questo dislivello fatto contenuto: una guerra che non si rappresenta più, perché si genera, e che proprio per questo cessa di pesare. È la società dello spettacolo di Debord portata al suo compimento tecnico, e insieme ciò che Byung-Chul Han chiama il liscio — il mondo senza attrito, senza negatività, senza il taglio del reale. Bernard Stiegler aggiungerebbe che, mentre questo accade, la nostra attenzione viene proletarizzata: cinquanta post in nove ore non informano, catturano, e nel frattempo il Litani lo si attraversa davvero, con i carri armati, fuori dallo schermo. Achille Mbembe ha dato un nome alla forma di potere che decide chi può vivere e chi deve morire in queste geografie a strati: necropolitica. Lo spettacolo non è l’opposto della necropolitica — ne è l’anestesia.
Ed è qui che il Dataroom di Milena Gabanelli e Francesco Tortora chiude il cerchio e mi consente, finalmente, il titolo. «I criminali planetari», lo chiamano: in Iran, in quindici giorni, la CO2 equivalente a 1,1 milioni di automobili in un anno, mentre le compagnie petrolifere e l’industria delle armi contano i profitti. La guerra non distrugge soltanto i corpi, la pietra, la memoria e l’attenzione: brucia lo strato più profondo di tutti, la terra stessa. Tu sai meglio di me cosa significhi il fuoco di sotto: il fuoco tellurico, geotermico, generativo, il calore che dal ventre dell’Amiata fa salire la vita e tiene insieme una comunità con il suo territorio. Bene: questa guerra è il fuoco di sopra. È il fuoco che scende dal cielo — droni, bombe da novecento chili, ipersonici — e che, scendendo, avvelena il fuoco di sotto. È l’esatto rovesciamento della tua cosmologia. Là dove il fuoco profondo stratificava — pietra su pietra, villaggio su villaggio, memoria su memoria —, il fuoco di sopra appiattisce, scioglie gli strati, riduce tutto a una superficie che brucia e a un’immagine che scorre.
Resta la domanda che a un assessore alla cultura, e non solo, non è lecito eludere: cosa resiste al fuoco di sopra? Heidegger, nel Gestell, vedeva il mondo intero ridotto a fondo, a riserva disponibile e calcolabile — ed è precisamente ciò che accade quando un castello diventa un asset strategico e un pianeta una variabile di profitto. Ma aggiungeva che «dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva». Non credo si salvi con la nostalgia. Si salva, forse, riabilitando lo spessore come categoria politica: difendere la stratificazione — del paesaggio, della memoria, del tempo lento — come si difende un bene comune. È la speranza che non è ottimismo ma lavoro sul possibile. Beaufort cadrà e tornerà a cambiare bandiera, com’è successo per mille anni. La pietra, alla fine, ricorda più a lungo della bandiera. Il nostro mestiere — qui sull’Amiata come ovunque — è tenere vivo il fuoco di sotto, perché non sia il fuoco di sopra ad avere l’ultima parola.





