
Il fuoco di sopra
1 Giugno 2026
La città e l’algoritmo
1 Giugno 2026C’è una notizia che, a leggerla bene, contiene già la sua condanna: una nuova legge elettorale che, prima ancora di arrivare in Aula, viene descritta come un testo «già da cambiare». La destra in tilt, il proporzionale con il premio, il ballottaggio, le preferenze che spariscono, la data fissata al 26 giugno, l’opposizione che grida alla forzatura e Vannacci che, da destra, accusa la destra. Non è cronaca di una riforma: è il ritratto di un genere letterario. Perché in Italia la riforma elettorale non è un atto, è una forma — ricorrente, stagionale, quasi liturgica — e come ogni liturgia consumata ha smesso da tempo di significare ciò che dice di voler significare.
Lo si vede dai nomi. Da quando Giovanni Sartori battezzò Mattarellum il sistema del 1993, ci siamo abituati a chiamare le nostre leggi fondamentali con un latino maccheronico da goliardia: Porcellum — e fu il suo stesso autore a definirla «una porcata» —, poi Italicum, poi Rosatellum, e ora questo Stabilicum, o Bignami bis, o come lo si vorrà chiamare quando avrà cambiato pelle un’altra volta. La desinenza in -um non è una trovata spiritosa: è un sintomo. È il segno linguistico di una Repubblica che ha trasformato la propria grammatica costituente in un prodotto di consumo, da restilizzare a ogni cambio di stagione e di maggioranza. Gramsci avrebbe riconosciuto in tutto questo la cifra antica del trasformismo: la rivoluzione passiva che cambia continuamente le forme proprio per non cambiare la sostanza, e che fa della riforma permanente l’esatto contrario del riformare.
Veniamo allora alla sostanza, perché c’è. Il cuore del nuovo testo è un premio di governabilità — fino a settanta seggi — alla coalizione che superi il 42 per cento in entrambe le Camere: un correttivo maggioritario innestato su un impianto proporzionale, con liste bloccate e senza voto di preferenza. E qui la questione cessa di essere tecnica e diventa la questione: chi sceglie gli eletti? I cittadini o le segreterie? Bernard Manin, nel suo studio sui princìpi del governo rappresentativo, ha mostrato che l’elezione porta in sé un nucleo aristocratico, non democratico: scegliere «i migliori» non è lo stesso che il sorteggio dei pari. La preferenza è il residuo democratico-personale dentro quel meccanismo, l’ultimo filo che lega l’elettore a un nome e non solo a un simbolo. Cancellarla, o non reintrodurla mai, significa consegnare la selezione della classe parlamentare interamente all’apparato. Nadia Urbinati lo chiamerebbe un ulteriore passo nello sfiguramento della democrazia rappresentativa; Pierre Rosanvallon, l’ennesima prova che «il popolo» è ormai introvabile, dissolto tra una rappresentanza che non rappresenta e una sfiducia che non costruisce.
È in questo vuoto che si capisce il paradosso Vannacci. Il leader di Futuro Nazionale — la scheggia uscita dalla Lega — attacca la maggioranza da destra proprio sul punto più nobile: dove sono le preferenze promesse? La sovranità, dice, appartiene al popolo, non alle segreterie. E aggiunge, con perfidia esatta, che il centrosinistra deve tacere, perché il Rosatellum a liste bloccate lo scrisse Ettore Rosato. Ha ragione sui fatti, ed è questo il punto inquietante. La critica vera al deficit di rappresentanza — quella che dovrebbe abitare a sinistra, nella tradizione del conflitto democratico — è stata raccolta, impacchettata e rivenduta dalla destra populista come arma contro il sistema. È la disfigurazione di cui parla Urbinati portata a compimento: il populismo non nega la rappresentanza, la mima, ne indossa il linguaggio («più potere ai cittadini») per svuotarla ancora di più, sostituendo la mediazione con il rapporto immediato fra capo e folla. Quando destra di governo e opposizione anti-sistema convergono entrambe sull’apparato — gli uni per conservarlo, l’altro per gridare contro di esso senza scalfirlo — la rappresentanza è già finita, e resta solo la sua scenografia.
Poi c’è la frase di Alfieri, dal Pd: accelerano perché hanno paura, e noi siamo pronti a votare. È la diagnosi più onesta della giornata, e va presa sul serio in entrambe le direzioni. La fretta — una sola giornata di audizioni, il calendario blindato, il testo riscritto in corsa non per accogliere le opposizioni ma per non farsi bocciare dalla Consulta — è esattamente ciò che Hartmut Rosa chiama accelerazione: la velocità come surrogato del controllo, il fare in fretta come confessione di non sapere dove si va. Una maggioranza che scrive da sola le regole del proprio gioco, e le scrive di corsa per timore di perdere la partita, sta dichiarando due cose insieme: che ha paura, e che considera le regole un’arma, non un patto. Colin Crouch direbbe che siamo in piena post-democrazia: le forme restano — il voto, l’Aula, il dibattito —, ma la decisione che conta si prende altrove, in fretta, fuori dalla scena. E sullo sfondo resta l’ombra di Schmitt: chi decide le regole, decide. Una legge elettorale scritta dai giocatori a partita in corso non è una riforma, è un fallo di mano che si fa norma.
C’è un’intuizione che, da queste parti, conosciamo bene. Chi ha avuto a che fare con le regole del Palio sa che certe regole non sono congegni: sono riti, e i riti tengono insieme una comunità perché sono lenti, condivisi, quasi sacri. Toccarli di prepotenza, da soli, in una notte, non li riforma — li profana, e con essi profana il legame che custodivano. La legge con cui un popolo si dà i propri rappresentanti appartiene a questa famiglia di regole fondative. Nell’Allegoria del Buon Governo, Ambrogio Lorenzetti dipinse la corda della concordia che lega i cittadini al bene comune e al Comune stesso: il governo non come dispositivo per fabbricare maggioranze, ma come vincolo, legame. Hannah Arendt avrebbe detto che il potere non è la forza di imporre le regole, ma la capacità di agire insieme, e che fondare — dare inizio a qualcosa di comune — è la più alta dignità politica. La riforma di cui avremmo bisogno è quella che ricuce quel filo; quella che ci viene offerta lo recide un altro po’.
Ecco perché il testo è «già da cambiare», e non per un difetto di scrittura. È nella natura del genere. Una politica che ha confuso le regole del gioco con il gioco, e l’ingegneria delle maggioranze con la costruzione di un mondo comune, non può che produrre leggi nate vecchie, destinate alla prossima desinenza in -um. Il punto non è quale premio, quale soglia, quale ballottaggio. Il punto è se siamo ancora capaci di intendere una regola come un patto e non come un’arma — di tornare, per una volta, alla concordia di Lorenzetti invece che al latinorum dei vincitori di turno. Finché la risposta resta quella di queste ore, ogni riforma sarà solo la prova generale della sua abrogazione.





