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Magnifica humanitas si apre con un’immagine che è già una scelta di campo: davanti all’intelligenza artificiale, l’umanità può innalzare una nuova torre di Babele oppure edificare la città dove Dio e gli uomini abitano insieme. Leone XIV firma l’enciclica il 15 maggio, nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum novarum, e il gesto è trasparente: come Leone XIII si misurò con la rivoluzione industriale, così il primo papa americano vuole misurarsi con la rivoluzione cognitiva. Con una differenza che vale come tesi nascosta del pontificato. Leone XIII arrivò con oltre quarant’anni di ritardo sulla questione operaia che già incendiava l’Europa; Leone XIV vuole arrivare in anticipo. È la “fretta” che alcuni gli rimproverano — come si dedica un documento solenne a una realtà ancora informe, in evoluzione imprevedibile? — e che invece è la cosa più giusta del documento. In un’epoca che Hartmut Rosa ha descritto come pura accelerazione, dove la velocità della tecnica surclassa la lentezza del giudizio, un magistero che prova ad arrivare prima è un atto di resistenza, non di imprudenza. La domanda vera non è se sia troppo presto. È con quale lingua si arriva.
Perché è qui che il dossier di Avvenire — Brunelli sulla fretta, Pelligra contro la cultura della potenza, Mancuso sulla concentrazione dell’IA in poche mani, Spadaro sull’arte come resistenza all’algoritmo — rivela insieme la sua serietà e i suoi limiti. E poiché sai che non amo né i linguaggi rivolti all’indietro, né la postura puramente europeista della critica, né il pensiero che contempla il futuro senza entrare nel cantiere in cui lo si disegna, provo a dire dove l’enciclica ha ragione e dove la sua ricezione rischia di tradirla.
Ha ragione, l’enciclica, su due punti che vanno riconosciuti senza riserve. Il primo: la tecnica non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la norma, la usa. È la frase che smonta in anticipo ogni alibi dell’oggetto innocente. Il secondo, ancora più importante: la dottrina sociale non è un prontuario di norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario. In una sola riga Leone XIV rifiuta la riduzione dell’etica a regolamento — e dunque rifiuta, di principio, ciò che chiamerei la “teoria delle regole”, l’idea che basti un buon codice, un buon AI Act, una buona governance per aver fatto i conti con la cosa. Aggiungo un dettaglio che pochi hanno colto: alla presentazione, accanto ai teologi e ai cardinali, sedeva un cofondatore di Anthropic, uno che studia come si guarda dentro questi modelli. È l’istinto giusto: non giudicare la cosa dalla collina, ma sedersi al tavolo di chi la costruisce. È, in nuce, il collegamento col contemporaneo di cui c’è bisogno.
E tuttavia, intorno a quel nucleo, la conversazione scivola quasi inevitabilmente verso tre rifugi che non bastano, e che a tratti tradiscono la radicalità del testo.
Il primo rifugio è la nostalgia: il linguaggio rivolto all’indietro. È la tentazione di difendere “l’umano”, “la persona”, “l’anima” come un pezzo da museo da proteggere dietro un vetro. Spadaro ne offre la versione più alta e più seducente — il genio creativo come ultima cittadella, l’arte che ci salverà. Ma è precisamente la mossa che non funziona. C’è in essa la stessa fuga che, da un secolo, riaffiora nel pensiero europeo ogni volta che la tecnica lo spaventa: il ripiegamento verso il sacro, il pastorale, l’origine perduta — l’attesa di un dio che venga a salvarci mentre il mondo viene riconfigurato altrove. Achille Mbembe lo ha mostrato con la categoria di brutalismo: il computazionale sta già rifacendo l’umano dall’interno, dai nervi alla percezione. Difendere un’essenza intatta significa combattere l’ultima guerra mentre si combatte già la prossima. L’arte non ci salverà se è un eremo. Ci serve, semmai, come pratica che entra nel codice, non che lo evita.
Il secondo rifugio è la critica europeista: la postura che crede di occupare un’altura morale universale mentre difende, in realtà, una provincia. “Disarmare l’IA”, sottrarla alla logica della competizione militare, economica, cognitiva — è un imperativo nobile, e nell’enciclica suona profetico. Ma quando si traduce nel solo registro della regolazione, dell’etica difensiva, dell’identità di un “umanesimo europeo” contro la potenza americana e cinese, diventa un sermone, non una politica. Yuk Hui ha demolito l’idea che esista la Tecnica con la maiuscola, un’unica essenza universale da disciplinare con un’unica etica: esistono cosmotecniche plurali, modi diversi in cui culture diverse legano cosmo e tecnica. La pretesa europea di giudicare l’algoritmo dall’esterno, con il proprio metro, è essa stessa una provincialità travestita da universale. E Benjamin Bratton aggiunge il colpo decisivo: il futuro lo si progetta dentro lo Stack, l’infrastruttura planetaria del calcolo — le reti, i modelli, le macchine — o lo si subisce. Si entra nel cantiere o si viene progettati da chi ci entra.
Il che porta al terzo, e più grave, rifugio: la mancanza di collegamento con il contemporaneo che sta disegnando il futuro. Il futuro non è un’ipotesi su cui meditare: è in costruzione adesso, nei laboratori, nei flussi di capitale, nei monopoli di poche aziende e dei fondi che le alimentano — è il punto su cui Mancuso ha ragione da vendere quando avverte che l’IA “in mano a pochi” rischia di addomesticarci. Ma all’addomesticamento non si risponde con la diffidenza, né con la regola, né con l’elogio della creatività. Vi si risponde entrando nel rapporto di forza che lo produce. È qui che la fretta di Leone trova il suo senso: non ripetere il ritardo di un secolo fa, esserci mentre la cosa si decide. E però la velocità senza il cantiere è solo ansia.
Resta allora il punto che mi sta più a cuore, e che è poi la sostanza: oltre la teoria delle regole, le ragioni sociali. Rerum novarum non fu un codice etico: fu un programma sociale. Salario giusto, riposo, diritto di associazione, critica del capitale senza freni. Toccava i rapporti di produzione, non i buoni sentimenti. La vera questione che l’IA ci pone è dello stesso ordine, ed è una questione di proprietà, non di galateo: l’automazione cognitiva minaccia di espellere le persone dal ciclo produttivo — non più solo gli operai delle fabbriche, ma il lavoro intellettuale, la mediazione, la cura. E soprattutto: chi possiede quel general intellect, quel sapere sociale accumulato — descritto un secolo e mezzo fa nel celebre frammento sulle macchine — che oggi si cristallizza nei modelli? È collettivo nella sua origine — è fatto delle nostre parole, dei nostri testi, dei nostri gesti, di scienza finanziata in larga parte con denaro pubblico, come ricorda Mariana Mazzucato — e privato nella sua appropriazione. Bernard Stiegler aveva indicato la via che va oltre la regola: non disciplinare l’algoritmo, ma riorganizzare l’economia del sapere, deproletarizzare l’intelligenza, costruire un’economia della contribuzione. Maurizio Ferraris la traduce con il suo webfare: non limitarsi a sorvegliare le piattaforme, ma redistribuire il valore che estraggono dalla nostra documentalità collettiva — un welfare costruito sul capitale del web. Questa è la “ripresa di presenza” che vorrei: non la Chiesa, o l’umanesimo di sinistra, che emanano linee guida, ma che ripongono la domanda sociale. Chi possiede il futuro? A chi appartiene l’intelligenza che abbiamo prodotto insieme? L’egemonia, in fondo, non si conquista con il sermone, ma nei rapporti materiali. Una dottrina sociale che non arrivi a questo resta un magnifico discernimento senza corpo.
Torno all’incipit, perché ora dice qualcosa di più. La scelta non è tra Babele e l’Arcadia — fra la tracotanza della torre e la nostalgia del bosco sacro: sono due fughe gemelle. La città dove gli uomini abitano insieme non si custodisce, si edifica, con i materiali del presente e nel presente, riaprendo la questione di chi possiede i mezzi con cui il futuro viene disegnato. Magnifica humanitas è magnifica nella misura esatta in cui diventa programma e non custodia, lingua del contemporaneo e non del rimpianto, cantiere e non vedetta. La fretta di Leone è giusta se è la fretta del costruttore, non l’allarme del guardiano.
E l’addomesticamento di cui parla Mancuso non si combatte sulla collina, con la diffidenza o con l’elogio dell’arte, ma riaprendo la domanda più antica e più concreta: a chi appartiene il lavoro, a chi appartiene l’intelligenza che abbiamo prodotto insieme. Una comunità — una nazione o un territorio, grande o piccolo — è addomesticata quando subisce in silenzio gli strumenti che la pensano al posto suo, ed è libera quando decide di possederli invece di esserne posseduta. È minuscolo, forse, di fronte allo Stack planetario. Ma è esattamente lì, nella proprietà concreta di un pezzo del proprio lavoro e del proprio futuro, che la Rerum novarum del nostro tempo smette di essere una bella enciclica e comincia a essere una politica. Il resto — l’arte che salva, le regole che proteggono, l’Europa che ammonisce — verrà dopo, e solo se prima avremo edificato la città.





