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di Pierluigi Piccini
Massimo Cacciari indica il bivio: catastrofe o apocalisse, Stato mondiale o intesa fra molti poli. Ha ragione sulla posta in gioco, e il katéchon — la forza che trattiene la fine — è la categoria giusta per pensarla. Vorrei però spostare di un grado la domanda, e vedere se, tenendola lì, il quadro non finisca per cambiare.
Il katéchon, nella sua forma classica, trattiene un nemico che avanza. Presuppone una figura del male: l’Anticristo che viene, l’anomia che preme ai confini dell’ordine, una potenza che ha un volto e occupa uno spazio. Trattenere significa allora opporsi, tenere la linea, rinviare l’urto. Tutta la grandezza della categoria sta in questo: dà forma alla minaccia, e dandole forma la rende combattibile. Persino la fine, così pensata, resta un evento — qualcosa che accade, che ha una data e un fronte.
Ma è qui che mi chiedo se la minaccia del nostro tempo abbia ancora questa forma. Perché ciò che oggi dissolve l’ordine non avanza: evapora. Non è una potenza che occupa lo spazio, è il ritirarsi dello spazio come principio. Il potere che decide — la finanza, il dato, la logistica, il calcolo — non ha territorio, non ha confine, non ha volto, e soprattutto non ha un fuori. Non viene da fuori le mura per abbatterle: è già dentro, dovunque e in nessun luogo, e la sua opera non è la conquista ma lo scioglimento. Non un nemico che si oppone al nostro ordine, ma la liquidazione di ogni ordine che si dia forma. Contro un simile avversario il katéchon classico perde la presa, perché non si trattiene ciò che non preme: si trattiene un assedio, non un’evaporazione.
Allora il bivio si mostra per quello che è: una scelta pensata ancora tutta dentro il paradigma dello spazio. Lo Stato mondiale e la pluralità dei poli sono le due ultime figure della terra come ordine — l’una vorrebbe un solo nomos per l’intero globo, l’altra molti nomoi che si riconoscano a vicenda. Entrambe però presuppongono che il potere sia ancora catturabile da chi controlla la mappa, che comandare coincida ancora con l’occupare. È la scommessa che il collasso in corso non permette più di dare per scontata. Perché ciò che collassa non è questo ordine spaziale per far posto a un altro ordine spaziale: è la spazialità stessa come sede del comando. Si torna a pensare per imperi e grandi spazi proprio nel momento in cui la potenza reale ha lasciato la carta su cui gli imperi si disegnano.
Questo non toglie nulla alla serietà del bivio. Lo colloca. Ci dice che la scelta fra l’uno e i molti è necessaria ma tardiva, e che si combatte su un terreno da cui l’avversario decisivo si è già ritirato. È una constatazione che dovrebbe renderci più cauti verso il sogno dell’uno, non meno. Perché uno Stato mondiale nato per domare il flusso finirebbe per esserne la maschera: non l’ordine che trattiene l’anomia, ma l’anomia che si dà una sola faccia amministrativa. Un mondo senza fuori non è un mondo pacificato — è un mondo a cui è stata tolta la possibilità stessa della politica, che vive di distinzioni, di soglie, di volti. La pace dell’uno è la pace del senza-forma che ha smesso persino di apparire come minaccia.
Se il katéchon conserva un senso, va allora pensato di natura diversa. Non più una potenza che occupa spazio per fermare chi avanza, ma la capacità di ridare volto a ciò che il flusso rende informe. Trattenere, oggi, non significa difendere una porzione di terra contro un’invasione: significa restituire figura, confine, nome, decisione là dove il potere anonimo vorrebbe soltanto scorrere indistinto. È un gesto insieme più modesto e più radicale — non arrestare la fine con la forza, ma sottrarre pezzi di mondo al loro dissolversi, ridare loro il peso di una forma. Ogni luogo che torna a decidere di sé, ogni comunità che ristabilisce una soglia fra il proprio e l’estraneo, ogni atto che rimette un volto dove c’era solo corrente, è katéchon in questo senso nuovo. Non l’ultima muraglia contro il barbaro, ma la paziente ricostituzione della forma contro l’informe.
È qui, credo, che il bivio va riscritto. Non fra Stato mondiale e multipolarismo — due modi di ridisegnare la mappa mentre il potere ne esce. Ma fra la resa al flusso e la fatica della forma: fra un mondo che si lascia sciogliere nell’indistinto amministrato e un mondo che torna a darsi volti, soglie, decisioni. È tutto da decidersi, ha ragione Cacciari. Aggiungerei soltanto che ciò che va deciso non è quale spazio governerà la terra, ma se sapremo ancora dare forma a qualcosa — o se lasceremo che la fine venga nel modo più mite e più totale: non come catastrofe che accade, ma come evaporazione che nessuno ha trattenuto.





