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Ci sono settimane in cui il Monte sembra muoversi in ogni sua fibra, e proprio per questo dà la misura di quanto poco riesca a muoversi da sé. La banca più antica del mondo perde pezzi del suo consiglio, riorganizza competenze, cambia advisor, mentre attorno a lei si dispongono soci, governi e agenzie di stampa come figure su una scacchiera. Eppure le mosse che contano si decidono a tavoli dove Siena non siede. È questo il paradosso di questi giorni, e vale la pena guardarlo per intero, perché la somma dei dettagli racconta una storia più grande della singola operazione.
Partiamo dalla superficie, quella che si legge nei listini. Nell’ultima seduta il comparto del credito ha pagato dazio, e il Monte ha lasciato sul terreno quasi due punti, in compagnia di Banco Bpm. A raffreddare gli entusiasmi ha contribuito il consueto rito delle indiscrezioni: la complessità dell’operazione richiederà ancora settimane di lavoro agli advisor, impegnati a costruire una fusione fra pari fatta di azioni e contanti. È la cosiddetta terza via: non più un’offerta del Banco sul Monte, ma un matrimonio paritario concordato, con Lovaglio destinato alla presidenza e Castagna alla guida operativa, e schiere di consulenti già schierate sulle due sponde. Il problema, come sempre, è il prezzo. Il Monte capitalizza sensibilmente più del Banco, e una fusione appena sbilanciata a favore dei soci senesi richiederebbe un correttivo nell’ordine dei sei miliardi.
Da qui nasce la suggestione più chiacchierata, quella della quota Generali venduta per finanziare un maxi-dividendo. È un abbaglio, e conviene liberarsene subito. Quel tredici per cento non è nemmeno “di Mps” nel senso immediato del termine: siede dentro la nuova Mediobanca, non quotata, posseduta per intero dal Monte insieme all’investment banking. È il perimetro costruito come alternativa all’assalto milanese; smontarlo per far cassa vorrebbe dire mangiarsi la cosa stessa che si difende. Sopra ci sono poi i vincoli che, dopo il lancio dell’offerta, impediscono al consiglio di varare mosse difensive senza passare dall’assemblea, e soprattutto il fatto che i soci chiamati a dire sì — le grandi casseforti stabili — sono gli stessi custodi degli equilibri di Generali, e all’offerta avversaria hanno già lasciato intendere di non voler resistere. A monte veglia Roma, che si professa neutrale e conferma l’uscita dalla propria quota residua, ma tiene in tasca l’arma del golden power. Il correttivo vero, semmai, sta nel capitale che il Monte ha già in pancia: un eccesso stimato attorno ai due miliardi e mezzo, distribuibile senza toccare alcun gioiello. Generali resta la posta, non la moneta.
Ma il cuore della partita, quello di cui si parla meno e che decide di più, è a Parigi. Crédit Agricole, con quasi il trenta per cento di Banco Bpm, ha un peso tale da rendere difficile qualsiasi operazione contro la sua volontà, e in una fusione vicina alla pari sarebbe il primo azionista del nuovo soggetto. È il socio francese a poter dire l’ultima parola, e le sue contropartite sono già sul tavolo: l’estensione all’intera rete della distribuzione dei suoi prodotti, il subentro come partner assicurativo alla prossima scadenza. Vale la pena fermarsi un istante, perché non è un dettaglio tecnico: la salvezza del Monte, se salvezza sarà, passa dalla disponibilità di una banca d’oltralpe a incassare i propri pedaggi commerciali. È la fotografia di chi tiene davvero il banco.
E mentre fuori si negozia, dentro le mura si sfalda. Il consiglio di Rocca Salimbeni ha perso pezzi con una regolarità che non è più cronaca ma sintomo. Se n’è andato l’indipendente che non condivideva le determinazioni sulla governance; prima ancora era stato dichiarato decaduto un consigliere per un doppio incarico; a inizio anno se n’era andato un altro, travolto da un’indagine per insider trading. Non sono uscite qualunque: dietro c’è il malcontento delle minoranze per una gestione giudicata verticistica e per l’accesso negato ai dossier. E il metodo non è cambiato, se è vero che la trattativa con il Banco è stata condotta nel riserbo più assoluto, al punto da far mormorare gli stessi consiglieri senesi, lamentatisi di non essere informati. Un consiglio che non si parla al proprio interno mentre negozia il proprio destino non è un incidente di percorso: è il segno di una macchina il cui baricentro sta altrove.
Restano i tempi, e sono la variabile più crudele. I conti semestrali arriveranno all’inizio di agosto, e una convocazione straordinaria potrebbe bruciarli in poche ore. Ma anche se l’accordo maturasse, le assemblee slitterebbero a inizio settembre, quasi in contemporanea con quella che dall’altra parte dovrà approvare l’aumento di capitale, e poi entrerebbe in gioco la vigilanza europea, che può impiegare mesi per autorizzare la fusione. Ogni settimana persa aumenta il rischio che l’alternativa arrivi in ritardo, quando l’offerta rivale sarà già in corsa. È una gara contro l’orologio in cui chi è partito prima parte anche avvantaggiato.
Sullo sfondo, quasi inascoltato, c’è il territorio. Il consiglio provinciale e l’assemblea dei sindaci hanno approvato all’unanimità una mozione a salvaguardia di Rocca Salimbeni, del suo legame con la terra che la esprime, dell’occupazione e dell’economia reale. È il gesto giusto, e va fatto. Ma diciamoci la verità: è anche la voce di chi, dal proprio banco, può battere le mani o protestare, non muovere le carte. E qui torna il nodo che questa città conosce da troppi anni. Il Monte trema in ogni sua parte, i consiglieri se ne vanno, gli advisor si contendono l’incarico, i francesi trattano i loro pedaggi, Roma sorveglia il perimetro strategico. Tutto si muove. Ma la partita vera — chi incorpora chi, dove sarà la sede, quale peso resterà agli azionisti di oggi, se la banca più antica del mondo sopravviverà come soggetto o verrà smembrata — quella si gioca su tavoli lombardi e parigini. A noi senesi tocca il ruolo più antico e più amaro: quello di chi tiene alla posta più di tutti, e proprio per questo la vede muovere da altre mani. Il palio, stavolta, si corre fuori dalle mura.





