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Il caldo e le deroghe
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Questa mattina il mondo si sveglia con una mappa che non ha più contorni certi. Gli Stati Uniti colpiscono un sito iraniano, il Kuwait è preso di mira da missili e droni, e contemporaneamente — paradosso che sarebbe piaciuto a Hegel — i diplomatici trattano una bozza di accordo che riaprirebbe lo stretto di Hormuz e smantellerebbe il blocco navale. La guerra e la pace viaggiano sullo stesso binario, in senso opposto, sperando di non incontrarsi.
Netanyahu, di fronte all’ipotesi di un’intesa Iran-Washington, alza la posta e punta su Nabatiye. È il gesto antico del giocatore che non tollera che altri chiudano la partita: se si tratta, bisogna alzare la voce per restare al tavolo. Intanto la televisione di stato iraniana parla di memorandum, e il popolo iraniano — appena riconnesso a internet dopo mesi di oscuramento — non chiede della diplomazia nucleare. Chiede perché il pane costa così tanto. La rabbia per l’inflazione alimentare è la prima cosa che emerge quando si toglie il bavaglio a una nazione. Non le grandi narrazioni. La fame.
In Ucraina, Zelensky scrive a Trump e al Congresso invocando «un’azione rapida ed efficace». La formula è logora, ma la disperazione che la muove non lo è. Il GCHQ britannico — non esattamente un’agenzia incline all’ottimismo — stima quasi cinquecentomila soldati russi uccisi. Cinquecentomila. Un numero che dovrebbe fermare qualsiasi conversazione, e invece scivola nel flusso delle notizie come una statistica tra le altre. Nel frattempo, Londra e Varsavia firmano un patto di difesa contro le minacce russe, e Bruxelles annuncia per il 16 giugno l’apertura del primo cluster negoziale per l’adesione di Ucraina e Moldova all’Unione Europea. L’Europa avanza lenta, con la sua grammatica di capitoli e cluster, mentre i corpi si contano a mezzo milione.
Dall’altra parte dell’Atlantico, il fondo del Board of Peace voluto da Trump è esaurito. Gaza attende la ricostruzione, e la cassa è vuota. L’amministrazione però trova le energie per finanziare aziende di droni — tra cui una legata a Donald Trump Jr. — e per elaborare piani che sospenderebbero lo smistamento dei voli internazionali nelle città rifugio. Il confine tra politica e interesse privato è diventato una linea così sottile da essere quasi invisibile. Un ingegnere di Google è accusato di aver usato informazioni riservate per guadagnare 1,2 milioni di dollari su Polymarket. La logica dell’insider, applicata ai mercati delle previsioni. Forse è la metafora più onesta di questo tempo: si scommette sul futuro degli altri con informazioni che gli altri non hanno.
Nel carcere ICE del New Jersey si fa lo sciopero della fame. «Non siamo criminali», dicono i detenuti. A Grenoble, dieci morti ammazzati in sei mesi in quella che il procuratore definisce una guerra di territori esacerbata. A Nantes, il terzo morto per arma da fuoco in meno di un mese. Le metropoli europee registrano fratture interne che le istituzioni faticano a nominare, perché nominarle significherebbe ammettere che qualcosa di strutturale non ha funzionato.
L’autorità di Bruxelles si muove per vietare il partito europeo di AfD. Il Brasile rilancia il progetto di asfaltare un’autostrada attraverso l’Amazzonia. Inditex e Mango firmano dopo tre anni un contratto collettivo per centoventi mila lavoratori del tessile.
Ogni notizia è un frammento. Presa da sola, ciascuna racconta una storia. Messe insieme, raccontano l’assenza di una storia: un mondo in cui i centri di gravità si moltiplicano senza che nessuno sia davvero in grado di tenerli insieme. Non è il caos, che almeno ha una sua energia. È qualcosa di più opaco: la dissipazione. L’ordine che non c’è non crolla drammaticamente — si dissolve, notizia dopo notizia, in un’indifferenza che impariamo a chiamare informazione.





