
La politica come carnevale permanente
23 Maggio 2026
Ci sono settimane in cui la geopolitica smette di essere materia da specialisti e diventa, brutalmente, cronaca. Questa è una di quelle settimane. Lo Stretto di Hormuz, la NATO che scricchiola, Ben Gvir come parafulmine politico, Trump che prepara attacchi e nel frattempo tratta: quattro storie che sembrano distinte e che invece si leggono come capitoli di un unico testo sull’ordine internazionale che si disfa.
Partiamo da Hormuz, che è il nodo più acuto. L’analisi di Alessia Melcangi su La Stampa pone la questione in termini che meritano attenzione: il regime iraniano starebbe puntando a negoziare una forma di controllo sui pedaggi nello Stretto, quella via d’acqua attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Se Trump accettasse — e la logica transazionale della sua diplomazia non esclude nulla — sarebbe, scrive Melcangi, una disfatta. Non solo simbolica: una disfatta strutturale, perché significherebbe riconoscere all’Iran una sovranità funzionale su un corridoio energetico globale che nessun trattato gli assegna. Il paradosso è che Trump, che si è presentato come il presidente che avrebbe “schiacciato” Teheran, potrebbe finire per consegnarle la leva che nessun accordo precedente le aveva mai concesso. La pressione massima come preludio alla resa massima: è la traiettoria che molti analisti temono e che i media stanno cominciando a tracciare con più nitidezza.
Sullo sfondo, i rumors di nuovi attacchi americani all’Iran. La coesistenza delle due notizie — la trattativa sui pedaggi e la preparazione militare — non è contraddittoria: è la grammatica di questa fase, in cui la minaccia e il negoziato si alimentano a vicenda senza che nessuno dei due prevalga davvero. Trump ha trasformato la crisi in uno strumento di pressione permanente, ma gli strumenti di pressione permanente consumano la propria efficacia nel tempo. A un certo punto, o si usano o si smettono di temere.
Francesca Mannocchi tocca invece un nervo scoperto della narrazione sulla guerra a Gaza: Ben Gvir come “nemico facile.” È un’analisi che richiede coraggio, perché va contro la tendenza consolatoria di identificare nel ministro dell’estrema destra israeliana il responsabile principale di ciò che accade. Mannocchi non lo assolve — sarebbe assurdo — ma sostiene che concentrare su di lui la critica internazionale serve a proteggere una responsabilità più diffusa e più difficile da nominare: quella del sistema politico israeliano nel suo complesso, quella degli alleati occidentali che continuano a fornire armi e copertura diplomatica, quella di una comunità internazionale che ha lasciato deteriorare per decenni la questione palestinese fino al punto di rottura attuale. Il nemico facile è utile a tutti: a chi lo addita e a chi, additandolo, si sente assolto.
Bill Emmott chiude il quadro con l’analisi più strutturale: i “capricci” di Trump stanno incrinando l’Alleanza Atlantica fino al punto in cui l’Europa si troverà a dover provvedere da sola alla propria difesa. Non è una novità come previsione — se ne parla da anni — ma la novità è il tono: non più come scenario ipotetico, ma come processo già in corso. La NATO non è morta, ma è diventata un’istituzione la cui credibilità dipende dall’umore di un presidente americano che considera gli alleati come creditori molesti piuttosto che come partner strategici. Emmott, che di geopolitica atlantica ha scritto per decenni, usa la parola “capricci” con precisione: non è irrazionalità, è una razionalità diversa, quella di chi calcola il valore degli alleati in termini di contributi immediati e non di architettura di sicurezza condivisa.
Cosa tiene insieme questi quattro pezzi? Una logica comune: il declino della deterrenza come strumento di stabilizzazione. Hormuz, Gaza, la NATO — in tutti e tre i casi, ciò che si stava sgretolando è la credibilità del sistema di regole e di equilibri che, con tutte le sue ipocrisie, aveva contenuto i conflitti più distruttivi. Quando la deterrenza perde credibilità, gli attori regionali — l’Iran, le fazioni più estreme della politica israeliana, la Russia — calcolano che il costo dell’escalation è più basso di quanto fosse. E cominciano a spingere.
Lo stretto di Hormuz non è solo uno stretto geografico. È la metafora di un sistema internazionale che si stringe su se stesso, in cui ogni passaggio obbligato diventa oggetto di contesa. Trump non ha creato questa crisi, ma la sta navigando con una bussola che misura solo il profitto immediato. Il problema è che gli stretti, una volta controllati dal più spregiudicato, non si riaprono facilmente.





