
Il continente che brucia piano
23 Maggio 2026
Lo stretto che stringe
23 Maggio 2026C’è un’Italia che vota domani — oltre sei milioni di elettori, da Venezia a Enna, passando per Mantova — e c’è un’Italia che sembra non accorgersene. Non perché sia distratta, ma perché la politica ha imparato a presentarsi in forme che rendono difficile distinguere la sostanza dalla scenografia.
Prendiamo Venezia, che è il caso più istruttivo. Fabrizio Roncone la racconta con l’occhio del cronista che sa dosare l’ironia: turisti “intruppati” tra la Biennale e i bengalesi, elettori confusi in una città che è diventata, nel tempo, un set permanente per tutto tranne che per sé stessa. Il dopo-Brugnaro si gioca tra Andrea Martella, candidato del centrosinistra, e l’assessore uscente Venturini, che raccoglie l’eredità di un sindaco-imprenditore che ha fatto di Venezia un caso di studio in amministrazione personalistica. La domanda vera, sotto la superficie della cronaca elettorale, è se una città che ha consegnato la propria identità al turismo di massa possa ancora produrre una classe dirigente che la governi nell’interesse di chi ci vive. La risposta che le urne daranno domani sarà parziale, come sempre.
Ma il quadro più interessante lo disegna Francesco Verderami, che pone il dilemma in termini netti: trattare con Giorgia Meloni o no? È il rebus che paralizza il centrosinistra da mesi, con lo spettro del pareggio che aleggia su qualsiasi scenario. La tentazione della trattativa nasce da un calcolo realista — Meloni governa con numeri solidi e un consenso che non cede — ma si scontra con una cultura politica dell’opposizione che identifica qualsiasi interlocuzione come resa. Il problema è che questa paralisi produce l’effetto opposto a quello cercato: non compatta l’opposizione, la logora. E nel frattempo il paese si amministra senza che le grandi questioni — riforma istituzionale, politica industriale, welfare — trovino terreno per essere discusse seriamente.
Poi c’è la Lega di Lecco, con la sua consigliera che augura a Schlein di essere investita e viene sospesa dal partito. Un episodio minore, si dirà. Ma è rivelatoire di qualcosa che la cronaca normalizza e non dovrebbe: la violenza verbale come forma di comunicazione politica, l’insulto come postura identitaria, la sospensione disciplinare come surrogato di una cultura politica che non sa più distinguere tra l’avversario e il nemico. La consigliera si occupava di benessere animale e organizzava funerali per cani. Il dettaglio è grottesco, ma non è il dettaglio il problema: è il sistema di incentivi che rende questo tipo di uscita, anche quando sanzionata, comunque redditizia in termini di visibilità.
E infine, Clemente Mastella. Cinquant’anni di politica, i calzini corti che facevano impazzire De Mita, la telefonata di Ratzinger scambiata per uno scherzo di Fiorello, Raffaella Carrà convinta a votare, undici anni di calvario giudiziario con Sandra. Mastella è un personaggio che la Prima Repubblica ha prodotto e che la Seconda non è riuscita a consumare — sopravvive a tutto, testimone di un’epoca in cui la politica era insieme più corrotta e più viva, più clientelare e più capace di generare passione. La sua intervista con Labate è il genere di pezzo che il Corriere sa fare quando rinuncia alla seriosità: un affresco di costume che vale più di molte analisi politologiche, perché restituisce la dimensione carnale e comica di un mondo che i commentatori tendono a astrarre in categorie.
Messi insieme, questi frammenti compongono un ritratto fedele dell’Italia che va al voto: una nazione in cui la politica oscilla tra il grottesco e il serio senza mai stabilizzarsi in nessuno dei due registri, in cui i dilemmi reali — come trattare con chi governa, come amministrare una città che si svuota di abitanti, come costruire un’opposizione credibile — convivono con la consigliera dei funerali per cani e con Mastella che ricorda i calzini di De Mita. Non è cinismo. È la complessità di un paese che ha sempre trovato nel carnevale una forma di resistenza alla tragedia. Il problema è quando il carnevale diventa permanente e la tragedia non riesce più a farsi riconoscere.





