
La Jornada: “Il Messico entra nella storia inaugurando il suo terzo Mondiale di calcio tra musica latina e migliaia di tifosi”
12 Giugno 2026
De Gregori e Sparagna – La ragazza e la miniera
12 Giugno 2026La Jornada all’italiana: il giorno in cui il Parlamento ha discusso di ginocchiere mentre quattro braccianti bruciavano nel silenzio
C’è un modo infallibile per misurare la salute di una democrazia: guardare di cosa discute il suo Parlamento nel giorno in cui dovrebbe discutere d’altro. L’11 giugno, mentre Giorgia Meloni riferiva alla Camera in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 — Ucraina, Medio Oriente, energia, immigrazione, il 2,8% del PIL portato in dote al vertice NATO — il deputato del Movimento 5 Stelle Francesco Silvestri ha trovato la metafora che avrebbe oscurato ogni dossier: la premier, ha detto, non ha raddrizzato la schiena di fronte a Trump e Netanyahu, ha “semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda”. È bastata una battuta di pessimo gusto, e di evidente doppio senso, perché l’intera aula precipitasse dal piano della politica estera a quello dello squallore. Meloni ha replicato rivendicando di essere arrivata dove è arrivata “senza mai indossare delle ginocchiere”, il centrodestra ha invocato la sospensione di Silvestri, Conte ha minimizzato, il Pd si è diviso fra l’imbarazzo delle sue deputate e i distinguo di Boldrini, mentre Silvestri si trincerava dietro la formula più vile del repertorio: “La malizia sta negli occhi di chi guarda”. Anna Ascani, che presiedeva l’aula, si è scusata per non essere intervenuta. Un’intera giornata parlamentare bruciata su un’allusione da spogliatoio.
E qui sta l’amarezza vera, quella che nessuna delle parti in causa sembra avere voglia di nominare. Perché lo stesso giorno, in quella stessa aula, si discuteva — o si sarebbe dovuto discutere — di Amendolara. Il primo giugno, sulla costa ionica calabrese, quattro braccianti sono stati arsi vivi. Quattro uomini che raccoglievano il cibo che finisce sulle nostre tavole, ridotti a cenere dentro il sistema del caporalato che l’Italia conosce, denuncia e tollera da decenni. Il ministro Piantedosi è venuto al question time ad annunciare “una vigilanza straordinaria su tutto il territorio nazionale”, a snocciolare numeri di ispettori — da 3.983 a 4.366 — e percentuali di sbarchi in calo. Ma ha fatto qualcosa di più rivelatore: ha provato a legare la strage all’immigrazione irregolare, salvo poi ammettere, incalzato, che i due pakistani fermati erano regolarmente in Italia con permesso di soggiorno, entrati anni prima della sospensione di Schengen, e che la Bossi-Fini “non ha alcun rilievo” rispetto a quanto accaduto. Una contraddizione consumata in pochi minuti: prima la strage serve come prova della necessità di controllare le frontiere, poi si riconosce che con le frontiere non c’entra nulla. Resta il caporalato, cioè il cuore del problema, e resta — questo sì — la sostanza: quattro morti che meritavano l’apertura del telegiornale e che hanno ottenuto un trafiletto, schiacciati fra le ginocchiere e la rassegna di politica internazionale.
È sull’internazionale, del resto, che il Paese vorrebbe misurarsi. Meloni si presenterà al vertice NATO con la spesa per la difesa al 2,8% del PIL — sedici miliardi in più, come ha ricordato lo stesso Silvestri prima di rovinare tutto — mentre dagli Stati Uniti arriva l’ennesima giornata di montagne russe su Trump e l’Iran: l’annuncio di un accordo “imminente”, la smentita di Teheran (“non abbiamo ancora deciso”), i droni abbattuti sullo stretto di Hormuz. Sul Libano la premier ha espresso “grande preoccupazione” per i bombardamenti su Beirut e ha difeso la missione Unifil, alla quale partecipa il contingente italiano. Sull’Ucraina ha sostenuto il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia ma ha avvertito che “la fermezza da sola non basta più”, invocando una riflessione “comune e pragmatica” sui canali con Mosca per evitare che la determinazione si trasformi in “cecità diplomatica”. Posizioni articolate, persino caute. Ma chi le ha sentite, nel frastuono delle ginocchiere?
Sul fronte interno, la premier ha rivendicato come “storico” l’accordo europeo sui rimpatri, presentandolo come l’estensione all’intera Unione del modello Italia-Albania, e ha attaccato il meccanismo della condizionalità dei fondi UE legato allo Stato di diritto: inaccettabile, ha detto, che “un documento informale predisposto da funzionari” possa bloccare l’erogazione di risorse a uno Stato membro senza contraddittorio. Da destra, intanto, la pressione cresce: Roberto Vannacci e il suo Futuro Nazionale incalzano Meloni proprio sui suoi terreni — immigrazione e sicurezza — accusandola di aver fallito. Renzi, dall’altra parte, ha colto la novità: per la prima volta la premier viene attaccata da destra, e nel centrodestra spuntano due mozioni concorrenti. La maggioranza scricchiola ai fianchi mentre si compatta, per riflesso, attorno all’insulto subìto.
E poi c’è la storia che, come a New York fanno le donne iraniane deportate in Centrafrica, va oltre la cronaca e diventa parabola: la famiglia nel bosco. A Palmoli, in Abruzzo, i tre figli della coppia anglo-australiana Nathan e Catherine — sottratti ai genitori dopo un accesso al pronto soccorso per funghi velenosi, poi collocati in una casa famiglia — vivono ora la lenta riapertura di uno spiraglio. La ministra Roccella auspica il ricongiungimento “in tempi brevi”, il Tribunale per i minorenni dell’Aquila attende le determinazioni definitive, l’avvocato Pillon parla di un clima “franco e costruttivo”. Ma il dettaglio che resterà negli archivi è un altro: i bambini, racconta la stampa, hanno scoperto in casa famiglia la televisione, che non conoscevano, e ora “la preferiscono ad altre attività”. Una famiglia che aveva scelto i ritmi naturali del bosco, giudicata inadeguata da una perizia, i cui figli vengono iniziati alla dipendenza dallo schermo nel nome del loro stesso bene. C’è un’intera filosofia dell’epoca in questa miniatura: la normalità come strumento di misura, lo schermo come orizzonte obbligato, la dignità di una scelta di vita subordinata al verbale di un’istituzione.
Il filo che tiene insieme tutto questo non è il caso. È una gerarchia rovesciata dell’attenzione. Il giorno in cui il Parlamento aveva di fronte quattro braccianti morti, una guerra che lambisce i nostri contingenti, un riassetto della difesa europea e il destino di tre bambini, ha scelto di accapigliarsi su una metafora oscena. La Camera ha trasformato l’aula nel suo specchio più impietoso: un luogo dove il sessismo si rinfaccia e si strumentalizza a fasi alterne — indignazione a corrente alternata, come sempre, a seconda di quale parte sieda la vittima — mentre il lavoro che uccide, l’immigrazione che si governa a colpi di slogan e la solitudine di una famiglia restano sullo sfondo. Non è la modernità che la politica vorrebbe esibire. È il suo simulacro. E fuori dal Palazzo, come fuori dall’Estadio Azteca, le strade raccontano un’altra storia: quella di chi raccoglie il cibo e brucia, di chi cresce e viene allontanato, di chi muore e ottiene un trafiletto. La dignità umana, diceva il Papa dal molo dei cayucos, non ha passaporto. A quanto pare, in certe giornate, non ha nemmeno un posto all’ordine del giorno.





