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Le posizioni del presidente della Fondazione e dell’ex sindaco dopo la presentazione del masterplan dell’Antico ospedale
Va in scena un confronto pubblico sul destino del Santa Maria della Scala. A renderlo noto è l’ex sindaco Pierluigi Piccini, che ha deciso di pubblicare per intero, con il consenso dell’interessato, lo scambio di lettere intrattenuto con il presidente della Fondazione Antico Ospedale Santa Maria della Scala, Cristiano Leone. Un disaccordo, spiega Piccini, che non riguarda le persone ma il merito: un bene comune di quasi mille anni, sostiene, appartiene alla città e non a chi se lo scambia per corrispondenza privata. Nella sua lettera Leone rivendica una linea di continuità. Il complesso, scrive, è il frutto di una sedimentazione lunga secoli e il masterplan oggi in discussione non rappresenta una cesura ma un passaggio necessario perché il lavoro degli ultimi decenni continui a generare valore. Il presidente sottolinea inoltre il riconoscimento, anche in sede di mostra e di conferenza stampa, del ruolo svolto dalle amministrazioni precedenti, compresa quella guidata da Piccini negli anni della trasformazione dell’ospedale in museo. La replica dell’ex sindaco non nega quella visione, ma chiede ciò che la protegge nel tempo. La continuità di un’istituzione, osserva, non è un sentimento ma un’architettura giuridica: la domanda lasciata aperta è chi garantisca, e con quali atti, che le scelte odierne non vengano disfatte dalla prossima amministrazione. Il riferimento è al concorso pubblico vinto a suo tempo da Guido Canali, che a suo dire non serviva a incoronare un vincitore ma a vincolare il progetto, affidandolo a una giuria competente capace di reggere ai cambi di maggioranza. È lo strumento, sostiene Piccini, che fa sopravvivere una visione a chi la enuncia; e nel masterplan quella figura manca: «C’è una regia, non un giudizio». L’ex sindaco rileva poi una contraddizione nel richiamo, presente in mostra, a Giancarlo De Carlo e ai laboratori Ilaud, teorici della partecipazione e della trasparenza dei processi, a fronte di una procedura non aperta. E indica un simbolo concreto: il pavimento sbrecciato del refettorio dei frati, fermo da quasi quarant’anni, prova fisica di una trasformazione lasciata incompiuta. Piccini, che non amministra più Siena e oggi opera sull’Amiata, conclude rivendicando per sé il ruolo di «custode della memoria» del complesso. Continuerà a porre la sua domanda, afferma, finché la risposta non sarà «una visione, ma un atto».





