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Roger Ballen la mette così: «Io sono il fotografo del buio». E il buio, per lui, non è un’ambientazione ma una teoria della conoscenza. Nell’intervista di Michele Smargiassi su Robinson, il fotografo americano naturalizzato sudafricano — settantasei anni, una laurea in psicologia a Berkeley e una in geologia, un passato da consulente minerario — racconta il progetto Inferno, che PhEST porta per la prima volta in Italia a Monopoli dal 7 agosto al 1° novembre.
Il lavoro nasce dalla Commedia dantesca ed è diventato un volume Postcart, curato da Didi Bozzini. Ma la genesi vera è più in basso, sottoterra. Ballen ricorda i duemila metri di roccia sopra la testa nelle miniere sudafricane: è lì, dice, che si capisce cos’è l’inferno. Da quell’esperienza fisica della profondità arriva l’idea che regge tutto: la vera camera oscura è la mente. L’immagine, come il sapere, si forma nel buio prima di venire alla luce.
Da qui il rovesciamento del mito della caverna di Platone. Nel racconto antico si esce dall’ombra verso il sole per conoscere; Ballen fa il contrario. Le sue figure luminose e distorte proiettate sul fondo scuro non chiedono spiegazioni: sono, dice, una specie di test di Rorschach. Il suo Virgilio, aggiunge, l’ha trovato in un carcere femminile di Johannesburg, dove una detenuta aveva graffiato figure spettrali sul vetro annerito dal fumo.
C’è infine il metodo, che è la parte più illuminante dell’intervista. «È come la geologia, si procede a strati»: si aggiunge un elemento sull’altro — il disegno sovrapposto alla fotografia dopo il Duemila, il colore dopo cinquant’anni di bianco e nero. Una stratigrafia dell’immagine che tiene insieme il mestiere del geologo e quello del fotografo. Conoscere, per il fotografo del buio, non è salire verso ciò che brilla: è scendere fin dove le cose si formano e riportarne su qualcosa.





