
Il nome e il comando
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Una pagina di giornale, letta per intero, dice spesso più dei singoli articoli che la compongono. Sotto il titolo «Manovre a sinistra» convivono tre discorsi apparentemente distinti — la sicurezza, le primarie, il Monte — che raccontano invece un’unica difficoltà: quella di un partito, e di una classe dirigente, che continua a confondere la decisione con il suo annuncio.
«Il programma, poi i nomi» è una buona formula. Ma vale solo se l’ordine è vero. Se il programma viene davvero prima, le primarie sono il luogo in cui una comunità costruisce insieme la propria direzione. Se invece i nomi sono già scritti altrove, e il programma serve a rivestirli, allora la primaria non apre nulla: ratifica. È la differenza, antica quanto la politica, tra deliberare e omologare. Una decisione non diventa condivisa perché viene comunicata a molti, ma se molti hanno potuto concorrere a formarla. Il resto è liturgia.
Qui si innesta la questione che ci tocca più da vicino: il rapporto con le realtà civiche. È vero che a Siena, a Colle, a Poggibonsi l’apertura non è un lusso ma una necessità, e che serve un confronto programmatico alla pari. Il punto è tutto in quell’«alla pari». Un campo largo che riconosce i civici come portatori di consenso ma non di potere decisionale non è un campo largo: è un’annessione cortese. Chi viene invitato al tavolo solo per firmare ciò che è già stato deciso non è un alleato, è una comparsa. Lo dico da chi in una lista civica ci sta, e sa quanto sia diverso essere ascoltati dall’essere semplicemente contati.
Poi c’è il Monte. E qui il ragionamento corrente mostra la sua crepa. Dire che le scelte decisive «furono fatte altrove», giocate su altri tavoli, è una consolazione che la storia non concede. Le operazioni che hanno portato la banca dentro il baratro non caddero su Siena come una grandine venuta da fuori: furono rese possibili qui, legittimate da una cultura del potere che per decenni ha intrecciato istituzioni, fondazione e banca fino a non distinguerle più. Non fu solo un difetto di reazione unitaria davanti a decisioni prese lontano. Fu, prima ancora, un difetto di autonomia critica: la rinuncia a domandarsi se quella crescita fosse sostenibile, e a nome di chi si decidesse. Il seme di quegli errori non stava in un tavolo romano o veneto, ma in un modo tutto senese di credersi al centro del mondo. Assumersi quella responsabilità, invece di collocarla altrove, è la sola premessa seria per ricostruire.
Ed è il ponte verso ciò che in questa pagina manca. Tra le parole sulle «manovre», la parte più concreta è confinata in un riquadro: lavoro qualificato per trattenere i giovani, una strategia sulle rinnovabili che unisca Regione e Comuni, legislazione e potestà urbanistica, l’agricoltura come impresa e ricerca e non come cartolina. È il terreno vero. Chi amministra lo sa: le decisioni che contano non si prendono nei comunicati sulle candidature, ma nei piani, nella gestione delle risorse — l’energia, l’acqua, il suolo — nei rapporti di forza tra chi progetta lo sviluppo e chi lo subisce. Sull’Amiata non è teoria: la geotermia, l’uso della terra, il destino di comunità che si spopolano misurano chi, davvero, decide del proprio futuro.
Il centrosinistra senese ha davanti una scelta che nessuna primaria gli risparmierà: trasformare un problema di potere — chi comanda — in un problema di progetto — che cosa fare di questo territorio. Finché resterà sul primo, i civici saranno sempre pezzi da corteggiare a ridosso del voto, mai da coinvolgere prima. E i giovani, l’agricoltura, l’energia resteranno nel riquadro. Al margine della pagina, come al margine delle decisioni.





