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Diciamolo semplicemente. Il Monte dei Paschi sta per cambiare padrone: non per essere distrutto, ma per essere preso. E chi punta a prenderlo ha già promesso una cosa che suona rassicurante — il nome resta, la sede resta a Siena, anzi il Monte diventerà la “capofila” del nuovo grande gruppo.
Sembra una buona notizia. Non lo è. Perché un conto è l’insegna sopra la porta, un altro è chi comanda dentro casa. L’insegna resterà senese, il comando no: le decisioni, i soldi, la direzione vera si sposteranno altrove. A Siena rimane il nome sulla facciata. Il resto se ne va.
E qui c’è il punto che si preferisce non guardare. Mentre a Palazzo Pubblico ci si commuove e si annuncia un tavolo permanente “a difesa dell’integrità” del Monte, la decisione vera ha già una data, e non è la nostra. Il 10 settembre, a Milano, gli azionisti di Intesa Sanpaolo si riuniscono per autorizzare l’aumento di capitale: le nuove azioni con cui pagare la conquista del Monte. È il giorno in cui l’offerta smette di essere un annuncio e diventa un’arma carica. Il destino di Siena si decide in un’assemblea di soci di un’altra banca, sei giorni dopo la commozione del tavolo.
Né è l’unica stanza in cui Siena non conta. Dentro la banca il consiglio è spaccato: l’amministratore delegato è tornato vincendo contro il grande azionista, il costruttore Caltagirone, e proprio in questi giorni entra in consiglio il figlio di quell’azionista. Non per difendere Siena: a quella famiglia interessa la quota in Generali che il Monte si è portato in casa con Mediobanca. Anche ai piani alti si guarda a Trieste, non a Rocca Salimbeni.
Difendersi, del resto, il Monte non può nemmeno farlo da solo: essendo sotto offerta, per la sua contromossa deve chiedere il permesso ai propri azionisti, che votano il 29 ottobre. Due assemblee decidono tutto — quella di Intesa che carica l’offerta, quella dei soci del Monte che può respingerla. Nessuna delle due si tiene a Palazzo Pubblico; nessuna la votano i sindaci o i parlamentari.
Ed ecco cos’è il tavolo permanente. Difende il nome, la sede, i posti: le uniche cose che il nuovo padrone ha già promesso di lasciare intatte, perché gli servono intatte — quel nome antico è un marchio prezioso, e un marchio non si butta, si tiene. Si monta la guardia davanti a una porta che il compratore ha lasciato aperta, con un inchino. È la battaglia che si vince senza cambiare niente, mentre quella che conta si combatte dove Siena non siede.
Eppure niente è ancora deciso. L’assemblea di Intesa può caricare l’offerta, ma poi gli azionisti del Monte dovranno decidere se consegnare le loro azioni, e il 29 ottobre possono reagire. La partita è aperta fino all’ultimo voto: chi la dà per persa in anticipo aiuta solo a farla perdere prima.
Resta una sola domanda, facile. Se ciò che conta è il comando, perché i nostri difendono soltanto il nome? Forse perché è l’unica bandiera su cui riescono a stare tutti insieme; forse perché è la più facile da mostrare in una fotografia. Ma difendere l’insegna mentre la casa passa di mano non è difendere Siena. È accettare, con un anticipo commosso, che di Siena resti soltanto il nome.





