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Il nome e il comando
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C’è un modo sbagliato di leggere la lettera che Leonardo Maria Del Vecchio ha inviato il 29 agosto ai revisori di Delfin, e un modo giusto. Quello sbagliato è vederci una mossa capace di spostare, da sé, gli equilibri del Risiko bancario. Quello giusto è riconoscere che si tratta di una crepa: piccola, interna, familiare, ma aperta esattamente sulla chiave di volta dell’intera partita. E le crepe, sulle chiavi di volta, vanno guardate.
Partiamo dai fatti. Il quartogenito del fondatore di Luxottica, sciolti da poco tutti gli incarichi operativi in EssilorLuxottica, si è rivolto ai Commissaires aux Comptes della cassaforte lussemburghese chiedendo un’indagine sulla gestione del consiglio. Nel mirino i presunti conflitti di interesse di due uomini del board — l’amministratore Mario Notari e l’amministratore delegato Romolo Bardin — oltre a un’esposizione legale negli Stati Uniti legata a Brooks Brothers, di cui, sostiene, non sarebbe mai stato informato. Sono contestazioni in buona parte già sollevate in passato. La novità è il destinatario: non più il board, ma chi il board dovrebbe certificarlo. È il segnale di un’escalation.
Per capire perché questo tocchi il Risiko bisogna ricordare cos’è oggi Delfin. Non una holding qualsiasi, ma il perno attorno a cui ruota mezza finanza italiana: primo socio del Monte dei Paschi con il 17,5%, azionista di Generali con oltre il 10% diretto, presente perfino in UniCredit con il 2,8%. E poiché Mps, dopo l’assorbimento di Mediobanca, controlla indirettamente un altro 13,3% del Leone, è chiaro che chi governa Delfin tiene in mano una delle leve decisive sia sull’OPS con cui Intesa Sanpaolo punta a rilevare Siena — trenta miliardi messi sul tavolo a giugno — sia sull’endgame che si sta consumando su Trieste. Delfin è, insieme a Caltagirone, il grande elettore di questa stagione.
Ed è proprio qui che i due livelli della vicenda vanno tenuti distinti. Sul piano operativo, nell’immediato, non cambia nulla. Le mosse strategiche della holding non le decide il singolo erede, ma il consiglio: Milleri alla presidenza, Bardin alla guida esecutiva. Leonardo Maria ha il 12,5% e nessuna leva di controllo. La sua lettera è pressione e delegittimazione, non un cambio di regia. Finché quel board tiene, la postura di Delfin nell’OPAS di Intesa e sul dossier Generali resta quella allineata all’asse con Caltagirone. Da qui a domani non si sposta un voto.
Sul piano della solidità del blocco, però, qualcosa si muove eccome. Tutta l’architettura del Risiko poggia su un assunto tacito: che Delfin voti compatta e coordinata. Ma la guerra interna dice il contrario. Non è un episodio isolato: a marzo la prelazione con cui Leonardo Maria voleva rilevare le quote dei fratelli Paola e Luca era naufragata perché il consiglio non aveva fornito la lettera di patronage richiesta dalle banche. Tradotto: il board ha attivamente impedito a lui di consolidare, difendendo l’equilibrio esistente. Ora, chiamando in causa i revisori, l’erede alza il tiro e punta a incrinare la legittimità stessa di chi le mosse di Delfin le disegna. È una battaglia per la cabina di regia, combattuta dall’unico che ne è stato tenuto fuori.
A rendere il quadro più mobile c’è l’ultimo tassello: il via libera del giudice lussemburghese al trasferimento del 25% di Paola e Luca in società veicolo di loro proprietà, che sblocca la possibilità di dare in pegno le azioni. Un riassetto della holding è dunque già in movimento, proprio mentre la holding è il fulcro di tutto. E per chi osserva la scacchiera bancaria questo è il punto vero: un socio-chiave la cui governance viene pubblicamente contestata è un interlocutore più fragile, più esposto sul piano legale e reputazionale — nel momento esatto in cui Intesa deve convincerlo, e in cui non manca chi, a partire da Orcel, ha interesse a lavorare le fratture altrui.
La conclusione è misurata, non allarmista. Nessun effetto sul risultato di brevissimo periodo, perché il consiglio resta saldamente al comando e le partecipazioni non si spostano. Ma nel socio più pivotale della stagione viene iniettata instabilità nel momento peggiore, e si intravede la possibile incrinatura di quel blocco Delfin su cui regge l’intesa con Caltagirone. Non una mossa, dunque, ma una crepa nella chiave di volta. Il compito di chi segue il Risiko, nelle prossime settimane, è capire una cosa sola: se resterà rumore di famiglia, o se diventerà la faglia che allenta l’intero schieramento.





