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24 Settembre 2026Xi alla Casa Bianca, i leader all’Onu: l’intelligenza artificiale diventa la nuova arma della diplomazia tra potenze
Xi Jinping torna a Washington per la prima volta dal 2015 e Donald Trump lo riceve con il tappeto rosso e un cerimoniale quasi regale. Nella stessa settimana, al Palazzo di Vetro, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite offre un repertorio di discorsi in cui ogni leader si presenta come difensore di qualcosa e tace su ciò che pratica. Lette insieme, le due scene mostrano che il linguaggio della diplomazia è cambiato. Al centro non ci sono più soltanto territori e alleanze, ma il controllo della tecnologia che promette di ridefinire il potere.
Il vertice sino-americano ha un’agenda fitta: dazi, terre rare, Iran, Taiwan. Ma il vero oggetto del contendere è l’intelligenza artificiale. Si discute di un canale diretto tra le due capitali per evitare che un incidente algoritmico degeneri in conflitto, una specie di telefono rosso aggiornato al secolo delle macchine. La memoria corre agli anni della Guerra fredda, quando la linea tra Mosca e Washington nacque dalla paura dell’errore più che dalla fiducia reciproca. Oggi la paura è la stessa, ma l’arsenale è diverso: non testate contate e verificabili, ma sistemi che nessuno sa ispezionare fino in fondo.
Che la posta sia la tecnologia lo dice anche un episodio rivelatore. Pechino avrebbe voluto portare con sé i grandi gruppi cinesi del digitale, gli stessi che Washington ha inserito nelle sue liste nere. Erano pronti a partire, poi sono rimasti a terra. Forse arriveranno per un’altra strada, forse no. Resta l’immagine di una delegazione dimezzata, segno che la competizione tecnologica attraversa perfino la cortesia protocollare. Si stringono le mani davanti alle telecamere mentre si decide chi può salire sull’aereo.
Intanto la Casa Bianca lavora sulle parole. L’idea di ribattezzare l’intelligenza artificiale “superintelligenza” non è una bizzarria lessicale. Chi dà il nome alle cose ne rivendica la proprietà, e un nome più grande prepara investimenti più grandi e una legittimazione politica più forte. Mentre la politica gonfia le parole, una parte della comunità scientifica americana ragiona a voce alta sugli scenari in cui questi sistemi potrebbero sfuggire di mano fino a minacciare la specie. Le due narrazioni convivono senza incontrarsi: da una parte l’entusiasmo della potenza, dall’altra il catastrofismo dei laboratori. In mezzo manca ciò che servirebbe davvero, cioè regole condivise e verificabili.
Taiwan resta il punto più delicato. A Washington c’è chi teme concessioni, a Pechino sembra che la questione preoccupi poco, quasi che la Casa Bianca di oggi sia considerata un interlocutore trattabile. È un indizio del metodo trumpiano, dove tutto è negoziabile purché rientri in uno scambio: dazi contro terre rare, sponde sull’Iran contro aperture sulla tecnologia.
All’Onu lo stesso metodo mostra il suo volto più crudo. Trump definisce Cuba uno “stato fallito”, mentre uomini d’affari a lui vicini si preparano a spartirsi ciò che resta dell’isola. Zelensky promette di scatenare il “Generale Inverno” contro Mosca e smentisce apertamente la Casa Bianca, segno di un’alleanza sempre più sfilacciata. Erdoğan si presenta come voce dei diseredati e parla con accenti accorati di Gaza, ma tace sull’export dei droni turchi e sulla repressione che colpisce la società civile nel suo paese.
Il filo che lega queste scene è il doppio standard diventato forma ordinaria della politica internazionale. Si invocano principi universali mentre si trattano interessi particolari, si parla di pace mentre si vendono armi, si propongono linee rosse per l’intelligenza artificiale mentre si corre per dominarla. Il rischio non è soltanto quello evocato dagli scenari più cupi dei laboratori californiani. È che la tecnologia più potente mai costruita venga governata con la logica più vecchia, quella del rapporto di forza travestito da cortesia. Un telefono rosso serve a poco se chi sta ai due capi del filo non condivide nemmeno le parole per descrivere il pericolo.





