
l potere nel mondo non passa più dai confini ma dalle dipendenze: energia, minerali e capacità di calcolo ridisegnano la politica internazionale, e l’Europa fatica a capirlo
25 Settembre 2026L’Italia discute di tutto tranne che dei suoi veri problemi: salari fermi, culle vuote, giovani che partono e territori che si svuotano sono la politica che nessuno fa
Chi segue il dibattito politico italiano giorno per giorno ha l’impressione di un paese in perenne agitazione: polemiche, sondaggi, scontri tra alleati, riforme annunciate e rinviate. Ma se si alza lo sguardo emerge il contrario. L’Italia è un paese sostanzialmente immobile, dove le grandi tendenze procedono indisturbate da trent’anni mentre la politica si occupa d’altro. Il rumore della superficie copre il silenzio della struttura.
Il primo dato è il più rimosso: i salari. L’Italia è l’unico grande paese europeo in cui le retribuzioni reali non sono cresciute rispetto all’inizio degli anni Novanta. Dietro c’è una produttività ferma, imprese piccole e sottocapitalizzate, pochi investimenti in tecnologia e formazione, un modello che ha puntato sul contenimento del costo del lavoro invece che sull’innovazione. Si interviene sul cuneo fiscale, si distribuiscono bonus, ma il nodo resta: un paese che produce poco valore non può pagare bene chi lavora.
Il secondo è la demografia. Le nascite sono scese sotto le quattrocentomila l’anno, il livello più basso dall’Unità. È una tendenza lunga che cambierà tutto: pensioni, sanità, scuole nei piccoli centri, disponibilità di lavoratori. La politica ne parla con toni allarmati o ideologici, raramente con strumenti adeguati: servizi per l’infanzia stabili, casa accessibile, lavoro meno precario, una politica migratoria che smetta di essere gestione dell’emergenza e diventi parte di un disegno.
Il terzo completa i primi due: i giovani se ne vanno. Ogni anno decine di migliaia di ragazzi, spesso i più formati, lasciano il paese. Li abbiamo istruiti con denaro pubblico e regaliamo le loro competenze ad altre economie. E dentro l’Italia avviene lo stesso movimento su scala minore: dal Sud al Nord, dalle aree interne alle città, dalla montagna alla pianura.
Qui si apre la questione territoriale, forse la più decisiva. L’Italia è fatta in gran parte di comuni piccoli e medi, di colline e montagne, di borghi che ne hanno costruito l’identità. Quei territori perdono servizi, scuole, presidi sanitari, trasporti, e più si svuotano più è difficile tenerli vivi. Eppure custodiscono proprio le risorse di cui il paese avrà bisogno: energia rinnovabile, acqua, suolo, paesaggio, patrimonio culturale. Il riequilibrio territoriale non è assistenza, è strategia.
Il quarto riguarda la democrazia. Quasi metà degli elettori non vota più, e l’astensione è diventata distacco: molti non credono che il voto cambi la loro vita. I partiti si sono ridotti a comitati elettorali attorno a un leader, senza radicamento né luoghi di elaborazione. La politica vive di comunicazione e di breve periodo, e risponde alla propria debolezza concentrando il potere invece di ricostruire la partecipazione. Le riforme discusse in questi anni, dal rafforzamento del capo del governo all’autonomia differenziata, rischiano di aggravare la crisi di rappresentanza, allontanando le decisioni dai cittadini o accentuando i divari tra territori ricchi e poveri.
C’è poi l’eredità del PNRR, la più grande occasione di investimento dal dopoguerra. La domanda vera non è quanto si è speso, ma che cosa resta: opere senza personale per gestirle, servizi costruiti senza risorse per farli funzionare, piccoli comuni rimasti fuori perché privi di uffici tecnici capaci di progettare. Il rischio è un paese con più edifici e la stessa fragilità di prima.
Tutto questo si tiene. Salari bassi, poche nascite, giovani in fuga, territori abbandonati e sfiducia democratica sono facce dello stesso declino lento, e nessuno si risolve in una legislatura. Servirebbe una politica capace di pensare in decenni, di costruire alleanze tra livelli istituzionali, di restituire ai comuni strumenti e competenze, di rimettere la conoscenza al centro dello sviluppo.
La vera anomalia italiana non è l’instabilità dei governi, è la stabilità dei problemi. Finché il dibattito resterà prigioniero della cronaca, il paese continuerà a cambiare senza deciderlo. Ricominciare dal lavoro e dai territori è l’unico modo per tornare a fare politica, e non solo a parlarne.





