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A Padova ritrovata e restituita la cappella quattrocentesca commissionata dal vescovo Donato a Giovanni da Alemagna. Cancellato da intonaco e muri è un capolavoro che si colloca tra gotico internazionale e Rinascimento
Ci sono opere che non vengono perdute: vengono semplicemente nascoste. Per secoli possono restare dietro una parete, sotto uno strato di calce, dentro uno spazio che ha cambiato funzione e non permette più di riconoscere ciò che un tempo era stato. È quanto accaduto alla cappella di San Massimo nel palazzo vescovile di Padova, voluta dal vescovo Pietro Donato nel quarto decennio del Quattrocento. Un piccolo spazio, articolato in due campate con un’abside semicircolare che affacciava sui giardini.
La sua storia è quella di una riscoperta lenta, affidata dapprima a un indizio e poi alla pazienza della ricerca. Nel 2007, in occasione di un convegno dedicato al vescovo Pietro Barozzi (1441-1507) – il presule che tra Quattro e Cinquecento promosse un importante programma di trasformazioni edilizie e decorative nel palazzo – fu possibile annunciare l’individuazione dell’antica cappella. Riconoscerne la presenza non significava tuttavia poterla vedere. Il piccolo spazio sacro era stato infatti diviso in tre ambienti di servizio nell’arco di due secoli. La cappella aveva perso la possibilità di essere letta come architettura e come opera d’arte. A suggerirne l’identità fu uno stemma: quello dei veneziani Donà (Donato), intagliato su due peducci della volta di un ambiente ormai trasformato in ripostiglio. Vennero poi i saggi sulle pareti e le volte. Sotto gli strati di intonaco affiorava una superficie dipinta. Le pitture erano ancora lì, ma la loro restituzione avrebbe richiesto tempo. Soltanto ora, grazie al restauro avviato dalla diocesi di Padova, fortemente voluto dal vescovo Claudio Cipolla, è stato possibile compiere il passo decisivo, sempre sotto lo sguardo attento della Soprintendenza: abbattere le pareti che avevano frazionato l’ambiente, recuperare i volumi originari e descialbare le superfici interne. Sono riemersi così gli affreschi, una buona parte del ciclo che Donato commissionò a Giovanni da Ulm, pittore di origini tedesche ormai da identificare con certezza con Giovanni d’Alemagna, cognato e socio del più noto Antonio Vivarini. La costruzione della cappella rientrava in una serie di interventi che interessarono il palazzo medievale a più riprese dalla fine degli anni trenta, con il coinvolgimento di maestranze e maestri non solo locali, come il lapicida Giovanni da Firenze. Un cantiere di cui dà testimonianza Ambrogio Traversari, amico di Pietro Donato. Della nuova cappella palatina, in particolare, parla il contemporaneo Michele Savonarola, medico e umanista padovano, che la descrive con parole superlative: «Così ornata di gloriose figure, oro e colori sontuosi, da dilettare fin troppo gli occhi degli uomini». Seppure rimanga poco di quella meraviglia, quanto ammiriamo oggi ci consente di ricostruire il palinsesto decorativo generale riportandoci alle disposizioni del contratto stipulato tra il vescovo e l’artista in data 25 febbraio 1437. Sulla volta a crociera troneggiano i quattro padri della Chiesa affiancati da coppie di angeli dalle ali allungate e variopinte – sulla seconda crociera vi corrispondevano i quattro evangelisti –, mentre sulla cornice di partizione tra fogliame e infiorescenze emergono sette piccoli clipei con i profeti. La pareti laterali sono scandite in tre registri: in alto grandi lunette figurate; al di sotto, racchiuse in una sorta di fregio, le hystorie pizole; più in basso, fino al pavimento, un doppio ordine di specchiature quadrate che alternano finti marmi e motivi a traforo sempre diversi. Vi si trovano corrispondenze anche nei colori: azzurro oltremare, verde malachite, ocra e oro in abbondanza, impiegati insieme a elementi metallici e a pastiglia. Li rivelano le storie dipinte: nelle lunette un frammento dell’Annunciazione, un’ampia porzione dell’Adorazione dei pastori, la scena più completa dell’Orazione nell’Orto, parte della Crocifissione. Dobbiamo invece immaginare le scene dell’Antico Testamento, iscritte a livello intermedio, non più leggibili, e ricucire mentalmente quanto sopravvive della decorazione absidale che presentava una Traditio legis, in pieno stile lagunare, introdotta da una sequenza di allegorie delle Virtù. A completamento, nella parte inferiore si dispiegava un velario in finto broccato rosso.
È vero, di quello splendore originario rimane poco più di un terzo, ma è quanto basta per accorgersi di una complessità straordinaria: tradizione gotica e istanze rinascimentali si incontrano in un linguaggio ancora in trasformazione. Nei fondi d’oro, negli ornati metallici e nelle monumentali figure dei Padri e degli angeli sopravvive una cultura ancora legata al gotico internazionale. Ma nelle scene alle pareti, dove pure la tradizione della pittura murale trecentesca padovana si fa memoria, affiora qualcosa di nuovo: cieli più atmosferici, paesaggi che costruiscono lo spazio attraverso piani rocciosi, architetture dalle forme già rinascimentali e figure dai volumi più saldamente costruiti.
Una più approfondita comprensione del ciclo decorativo contribuirà a far luce sulla figura di Giovanni d’Alemagna e, al contempo, a delineare la visione e il gusto di Pietro Donato, il quale, di ritorno da Basilea, dove aveva presieduto le sedute conciliari in rappresentanza del pontefice, riprende il progetto della propria cappella. L’inventario della sua biblioteca, andata dispersa ma che contava oltre trecentocinquanta titoli, è uno degli specchi migliori. Accanto ai testi liturgici e biblici compaiono classici greci e latini, opere di filosofia, medicina e diritto: una raccolta che restituisce la vastità degli interessi di un uomo immerso nella cultura umanistica. La biblioteca era anche il luogo nel quale si incontravano le molte relazioni costruite da Donato nel corso dei viaggi e delle missioni diplomatiche: tra queste figuravano il celebre libraio fiorentino Vespasiano da Bisticci, il già citato Ambrogio Traversari, Palla Strozzi, esiliato a Padova e più volte ospite a palazzo e persino Cosimo de’ Medici. La produzione e la raccolta libraria costituivano per lui una forma concreta di conoscenza, ma anche uno strumento per entrare in rapporto con il passato. Il suo gusto univa la cultura antiquaria alla sensibilità aggiornata sui modelli d’Oltralpe, come testimoniano il sontuoso Messale della Biblioteca Apostolica Vaticana, l’Evangelistario della Pierpont Morgan Library di New York, la copia di un manoscritto antico della Notitia dignitatum, trascritta e miniata a Basilea e oggi alla Bodleian Library di Oxford. I frequenti contatti con Ciriaco d’Ancona, instancabile esploratore di antichità e noto epigrafista, attestano questa sua passione per l’antico.
Alla sua bibliofilia sembrano richiamarsi i numerosi libri raffigurati sulle pareti e sulla volta, ai quali si aggiunge, in una delle vele, il più tardo tondo con san Gregorio Magno allo scrittoio, ambientato in uno studiolo costruito secondo uno scorcio prospettico che anticipa le vedute del Pizolo nella cappella Ovetari. Nel rifacimento eseguito a distanza di anni si potrebbe riconoscere anche un omaggio a Nicolò V Parentucelli, noto per la sua passione per i libri e promotore della Biblioteca Vaticana. La presenza di san Gregorio contribuirebbe così a consolidare il significato insieme teologico e politico dell’autorità papale, già esplicitamente evocata nella Traditio legis, e a rafforzare l’idea di una Chiesa fondata sulla continuità apostolica. Un significato che trova ulteriore sviluppo nel programma della cappella, attraverso il dialogo dei discepoli con Cristo alle porte di Gerusalemme e sul Monte degli Ulivi, episodi nei quali le dimensioni apostolica e dell’autorità ecclesiale si intrecciano in modo particolarmente significativo.





