
The Host of Seraphim
27 Settembre 2026Sentirsi inattuali e maledetti: che cosa vuol dire vivere di traverso rispetto al senso comune, e quanto costa
Il comò
Sentirsi inattuali e maledetti: che cosa vuol dire vivere di traverso rispetto al senso comune, e quanto costa
di Pierluigi Piccini
Qualche giorno fa, scrivendo a una studiosa che stimo, mi sono definito inattuale e maledetto. Devo essere onesto: mentre lo scrivevo mi piaceva. Suonava bene, aveva quel tanto di teatrale che a una certa età ci si concede. Poi ho premuto invio e la frase mi è rimasta addosso. Non come una battuta riuscita, ma come una cosa vera detta troppo in fretta, che adesso toccava guardare in faccia.
Inattuale non vuol dire rimasto indietro. Questo lo so, anche se a volte il sospetto viene pure a me. Vuol dire vivere un altro tempo rispetto a quello che il presente pretende. L’attualità è fretta: la notizia che la sera è già vecchia, la scadenza, il consenso da portare a casa prima di cena. Il tempo che si vive davvero sta altrove. Sta nell’attimo, ma non nell’attimo che scappa: in quello pieno, dove la memoria, l’attenzione e l’attesa stanno insieme, e dove, se ci resti dentro abbastanza, qualcosa smette di passare. Un pezzetto di eternità in mezzo a un martedì qualunque. In quell’attimo il passato cambia verso. Non ti spinge più da dietro. Ti viene incontro da quello che potrebbe accadere. Basta immaginare una possibilità, una sola, e tutto quello che sei stato si rimette in fila intorno a lei, mostrandoti promesse che non hai mantenuto, strade che credevi chiuse. Un futuro passato. Vale per un uomo, vale per una città: quella che non sa più immaginare niente sfoglia la propria storia come un album di cartoline, quella che si chiede ancora che cosa potrebbe succedere ci trova qualcosa di vivo da riprendere in mano.
Tutto questo ha il passo lento della maturazione. Il frutto acerbo non manca di niente, è già quello che sarà, ma ci vuole il suo tempo, che non è quello delle delibere né dei sondaggi. Lo forzi, e marcisce. Per questo chi vive così sembra sempre fuori orario. A Siena, da sindaco, ho visto una memoria di secoli diventare vetrina, e una banca che era il cuore di tutto finire in una partita giocata da altri. Chi diceva che qualcosa non tornava era un pessimista, un guastafeste. Io ero tra quelli, e su quello i fatti mi hanno dato ragione, tardi, quando non serviva più a nessuno. Ma devo dire anche il resto: altre volte ho avuto torto, semplicemente torto, e nessun tempo mi ha dato ragione. Essere fuori orario non garantisce niente. Mi piacerebbe dire che ho vissuto tutto questo con serenità. Non è vero. Ci ho messo anni a smettere di avercela con qualcuno, e non sono sicuro di aver finito.
Poi c’è la parte che riguarda solo me, e credo chiunque. La vita addormenta. Non con la forza, con la dolcezza. Basta ascoltare come parliamo: si sa come vanno le cose, si pensa così, si fa in questo modo, non si dice. Quel “si” è un soggetto strano. È tutti e non è nessuno. Nessuno l’ha mai incontrato, eppure decide per noi quasi tutto, e ci solleva da un peso enorme, lo dico senza ironia: quello di scegliere, di rispondere in prima persona. Si lavora, si discute, ci si indigna perfino, e ogni volta a parlare è lui, non noi. Accorgersene, anche per un momento, in molte sapienze orientali si chiama risveglio. Ma vivere nel “si” non è una colpa, e non esiste qualcuno che ne stia fuori. È il modo in cui tutti viviamo la maggior parte del tempo, io come chiunque altro, nella stanchezza, nel quieto vivere, nei giorni in cui non ho voglia di pensare a niente. Il punto non è uscirne, che è impossibile. È accorgersi, ogni tanto, di chi sta parlando al posto nostro, e riprendersi la parola, anche solo per una frase. Capita a tutti, prima o poi. A nessuno capita sempre.
E la vita di tutti i giorni non è il sonno. La tavola, il lavoro, la piazza, la festa del paese non addormentano. Addormenta passarci in mezzo distratti. C’è un vecchio detto dell’Estremo Oriente che lo dice meglio di me: prima del risveglio spacchi la legna e porti l’acqua, dopo il risveglio spacchi la legna e porti l’acqua. Cambia solo il modo di starci dentro. Chi si tira fuori dalla vita comune non si è svegliato affatto. Ha solo cambiato sonno.
Resta che chi lascia entrare il possibile finisce, prima o poi, per mettere in dubbio il già detto. È qui il legame tra le due parole. Se il passato ti torna incontro da ciò che potrebbe accadere, allora “si sa come vanno le cose” non basta più, e lo si sente, anche quando non lo si dice. Maledetto, niente poeti all’assenzio: è quello di cui si dice male, tutto qui. Non per quello che fa in pubblico, per come sta al mondo. Fa una domanda quando il discorso sembrava chiuso, si ferma dove si poteva tirare dritto. Il senso comune non lo combatte, lo guarda di traverso. E intorno gli nasce un discorsetto che se lo porta dietro ovunque, al bar, a tavola: è strano, è complicato, si fa troppi problemi. Il guaio è che quel discorsetto non resta fuori. Entra. Si siede. Si mette comodo… Ce l’ho dentro anch’io, ed è sempre lui, il “si”, con la stessa voce, bassa, ragionevole, quasi affettuosa. Parla di notte, soprattutto. Ma chi te lo fa fare… smettila… sarebbe tutto più semplice… basta non farsi domande e sei di nuovo a casa, al caldo, con tutti… E certe sere gli do ragione. Mi giro dall’altra parte e gli do ragione. Poi viene la mattina, e si ricomincia da capo. Essere maledetti non ha niente di grandioso. È campare con un giudizio che viene da fuori e da dentro insieme, senza sapere quale dei due sia giusto, cedendo a volte, e continuando a desiderare la vicinanza di chi lo pronuncia.
C’è un paradosso che non posso nascondere. Oggi ho un incarico pubblico: mi occupo di urbanistica e di cultura in un piccolo comune di montagna. Chi ha un ruolo non è ai margini, e sarebbe ridicolo che mi presentassi come un escluso. La maledizione di cui parlo non riguarda il posto che si occupa, ma il modo di starci. In un paese dove ci si conosce tutti e ogni parola pesa, avere un ruolo non protegge da niente. Anzi, rende più facile essere detti male, e più difficile rispondere.
Mi torna spesso in mente una vecchia parabola cinese. L’albero nodoso e storto che il falegname scarta perché non serve a niente, e che proprio per questo vive secoli, mentre quelli dritti e belli finiscono segati. È una bella storia, e la racconto volentieri. Ma di solito ci si dimentica di una cosa: che i nodi sono ferite. Ogni curva del tronco è un punto in cui qualcosa ha fatto male, un inverno, un peso, una crescita che non è andata dove doveva. Essere storti non è un merito. Sul piano dell’esistenza è dolore. È la solitudine di quando la casa tace, la frase che non si riesce a dire senza ferire qualcuno, il sospetto di aver sbagliato tutto, e il desiderio, mai del tutto spento, di essere un albero come gli altri. Sarebbe disonesto raccontare la parabola senza la corteccia. Una comunità sana non chiede all’albero storto di raddrizzarsi. Lo lascia stare dov’è. E l’albero, dal canto suo, continua a crescere con i suoi nodi, perché non ha altro modo di crescere.





