
Sentirsi inattuali e maledetti: che cosa vuol dire vivere di traverso rispetto al senso comune, e quanto costa
27 Settembre 2026
Benzina e gasolio, il governo calmiera i prezzi attraverso le compagnie: dopo Eni e Ip la trattativa con il Kuwait per Q8
28 Settembre 2026Il fisco che cresce da solo: l’inflazione energetica riaccende il drenaggio su stipendi e pensioni
C’è una tassa che nessun Parlamento vota e nessun governo annuncia, eppure ogni anno entra nelle casse dello Stato con la regolarità di un’imposta ordinaria. È il drenaggio fiscale: quando i prezzi salgono, contratti e pensioni crescono sulla carta, ma scaglioni Irpef e detrazioni restano fermi. Il contribuente paga così un’aliquota media più alta senza essere diventato più ricco di un euro. Le stime più recenti parlano di circa tredici miliardi di prelievo aggiuntivo su lavoratori dipendenti e pensionati, cioè su chi le tasse le paga alla fonte e non ha margini per sottrarsi.
Il dibattito si è a lungo consumato in una guerra di cifre, tra chi calcola poco più di dodici miliardi in quattro anni, in parte compensati dal taglio del cuneo, e chi denuncia venticinque miliardi sottratti. Ma la verità politica è più semplice: senza indicizzazione automatica, ogni fiammata dei prezzi diventa un aumento occulto della pressione fiscale, e ciò che viene restituito con i tagli di aliquota è una concessione, non un diritto.
Oggi cambia il contesto. L’autunno si apre con il gas cresciuto di un quarto in un mese, l’elettricità in forte salita, il gasolio vicino ai due euro e mezzo senza sconti. La crisi nel Golfo riporta in Europa un’inflazione da costi che si credeva archiviata, e ogni punto che si riversa sui rinnovi contrattuali diventa gettito aggiuntivo. Con il deficit al tre virgola uno per cento, senza tesoretti e con la manovra da presentare entro metà ottobre, la tentazione di lasciar lavorare l’inflazione al posto del legislatore è fortissima. È il modo più silenzioso per fare cassa.
Intanto le misure temporanee su cui il governo aveva costruito il racconto del sostegno ai salari, dalla tassazione agevolata sugli aumenti contrattuali a quella sugli straordinari, scadono con il 2026. Il paradosso è evidente: i contratti finalmente rinnovati rischiano di trasferire una quota crescente degli aumenti all’erario. A complicare il quadro arriva la riforma dell’addizionale regionale, che affida alle Regioni una leva più ampia sul prelievo: la scelta tra tagliare servizi e alzare l’aliquota ricadrà su chi è più vicino ai cittadini, mentre chi ha lasciato crescere il drenaggio potrà dire di non aver aumentato le tasse.
Un sistema progressivo si giustifica perché chi ha di più contribuisce di più. Se però la progressività scatta sull’illusione monetaria anziché sulla ricchezza reale, tradisce il proprio fondamento. L’indicizzazione degli scaglioni renderebbe ogni aumento del prelievo una decisione esplicita, da motivare davanti agli elettori. Per questo nessun governo l’ha mai voluta. Una tassa invisibile è comoda proprio perché non si vede, ma a fine mese i suoi effetti si vedono benissimo.





