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Metz è una città di confine che nel secolo scorso ha cambiato bandiera più volte e ha attraversato tre guerre. Leone XIV l’ha scelta come ultima tappa del suo quinto viaggio apostolico, in Francia, e non è stata una scelta neutra. Al Centro Congressi dedicato a Robert Schuman, alla presenza di Emmanuel Macron e sulle note dell’Inno alla gioia, il Papa ha pronunciato un discorso che suona come un avvertimento rivolto a un continente che si sta armando in fretta e che sembra aver smarrito il metodo con cui era nato.
Il passaggio centrale è netto: occorre guardarsi dall’illusione del riarmo. Leone non chiede il disarmo unilaterale e non nega il diritto degli Stati a difendersi. Riprende però un’idea dello stesso Schuman, secondo cui la pace del mondo può essere salvaguardata solo con sforzi creativi proporzionati ai pericoli. Il punto sta proprio nella creatività. La pace, ha detto, non va confusa con un ingenuo pacifismo, perché è un’opera attiva, e la domanda che pone all’Europa è se stia davvero costruendo qualcosa o si limiti ad arginare l’emorragia della guerra. Ha aggiunto che le relazioni tra gli Stati si fanno sempre più barbare e che solo il diritto può fermare questa deriva.
Nell’incontro interreligioso che ha preceduto il discorso, il Pontefice aveva usato una parola durissima, profanazione, per definire l’uso del nome di Dio a giustificazione della violenza. E ha chiesto che il linguaggio religioso disarmi prima di tutto i cuori e le parole, in un tempo in cui la retorica bellica ha ripreso cittadinanza anche nelle cancellerie europee.
Il discorso ha anche i suoi silenzi. Nel testo preparato la parola Ucraina non compare, e qualche osservatore lo ha notato con sospetto: se il riarmo è un’illusione, quale strumento resta quando uno Stato viola con la forza il diritto internazionale? La risposta, parziale, è arrivata nelle ore successive, quando il Papa ha chiesto che paesi come Russia e Ucraina si siedano a dialogare, definendo le guerre in corso prive di senso. Negli stessi giorni il cardinale Zuppi partiva per una nuova missione a Mosca. La diplomazia vaticana si muove su un filo sottile, fra la condanna dell’aggressione e il rifiuto di schierarsi dentro una logica di blocchi.
C’è poi il richiamo alle radici. Per Leone non si può parlare di Europa senza il cristianesimo, ma l’Europa che propone non è fondata sull’uniformità: è un’armonia delle differenze, costruita a piccoli passi e attraverso una solidarietà concreta, secondo la lezione di chi mise insieme carbone e acciaio per rendere materialmente impossibile un’altra guerra. È una visione che parla anche ai non credenti, perché richiama l’Unione al suo atto fondativo: trasformare le linee di frattura in ponti.
Il contrasto con l’agenda europea di queste settimane è evidente. Si discute di bilanci per la difesa mentre Bruxelles chiede alle famiglie di ridurre i consumi elettrici e i carburanti restano cari. Il Papa non offre soluzioni tecniche, ma rimette in discussione una premessa che sembrava ormai scontata, cioè che la sicurezza coincida con la quantità di armi disponibili. Si può non essere d’accordo. Resta però il fatto che da Metz è arrivata l’unica voce autorevole che abbia chiesto all’Europa di ricordarsi perché esiste.




