
TERRY CALLIER – ORDINARY JOE
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Che fine faranno i pannelli fotovoltaici quando smetteranno di produrre? La transizione energetica ha lasciato a lungo questa domanda senza risposta. In provincia di Siena una prima risposta concreta arriva dalla zona industriale del Sentino, a Rapolano Terme. Qui l’impianto di Semia Green, società controllata dal gruppo Iren insieme a Sienambiente, ha ottenuto l’accreditamento del sistema nazionale dei rifiuti elettrici ed elettronici per trattare i moduli solari dismessi. È il primo e unico impianto in Toscana abilitato a farlo nel circuito ufficiale, il sesto in Italia.
Il riconoscimento è arrivato dopo una verifica sull’intera catena di lavorazione. Gli ispettori hanno controllato le aree di stoccaggio e i mezzi di movimentazione. Hanno verificato anche l’efficacia delle linee che separano vetro, silicio, metalli e plastiche e i sistemi di aspirazione e abbattimento delle polveri, che proteggono lavoratori e ambiente. L’esito è netto: circa il 90 per cento di ciò che entra torna materia utile, cioè vetro, silicio, rame, alluminio e legno. Il restante 10 per cento va al recupero energetico, e nulla finisce in discarica.
L’investimento cresce in fretta. La prima linea è partita a marzo; la seconda, a luglio, ha raddoppiato la capacità e portato nuove assunzioni. Con 4,5 milioni di euro investiti, lo stabilimento è ora autorizzato a trattare 9 mila tonnellate l’anno di pannelli a fine vita, circa mille moduli al giorno. Rapolano entra così nella filiera nazionale dei moduli dismessi, sia domestici sia provenienti da impianti professionali.
La notizia pesa più di quanto sembri. Un pannello dura tra i venti e i trent’anni, ma spesso viene sostituito prima, perché i modelli nuovi rendono due o tre volte di più. Gli impianti installati in Italia all’inizio degli anni Dieci, sulla spinta degli incentivi pubblici, si avvicinano ora alla fase di sostituzione. Senza impianti capaci di trattarli, quei moduli diventerebbero una montagna di rifiuti, esportati o smaltiti male. Recuperarli significa invece restituire all’industria materie prime oggi in gran parte importate, alcune delle quali l’Europa considera critiche. In tempi di tensioni sulle forniture, anche questa è una forma di autonomia.
Per il territorio senese c’è anche una lettura più ampia. Una provincia spesso raccontata soltanto per paesaggio, vino e turismo dimostra di poter ospitare un pezzo di industria verde ad alto contenuto tecnico. È un’industria che crea lavoro qualificato e chiude il ciclo delle rinnovabili, invece di limitarsi a installarle. Il territorio conosce bene questa vocazione energetica, dalla geotermia dell’Amiata alle comunità energetiche che stanno nascendo nei comuni.
Restano alcune questioni aperte. Un impianto di questa portata richiede trasparenza sui flussi in ingresso, controlli costanti sulle emissioni e un rapporto chiaro con le comunità vicine. Serve anche una rete di raccolta efficiente, perché i pannelli dismessi arrivino davvero nel circuito ufficiale e non si disperdano. Ma la direzione è quella giusta. La transizione ecologica non si misura solo da quanta energia pulita si produce, ma anche da che cosa si fa di ciò che resta.





