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Ci sono ammissioni che arrivano tardi ma non per questo sono inutili. Paolo Gentiloni, già commissario europeo e presidente del Consiglio, riconosce oggi che il rifiuto di inserire il richiamo alle radici cristiane nei testi fondativi dell’Unione fu un errore. Lo dice all’indomani del viaggio di Leone XIV in Francia, e aggiunge un’osservazione che merita di essere presa sul serio: è straordinario che sia un Papa statunitense a rispondere a Trump esaltando l’Europa unita.
Vent’anni fa la discussione sul preambolo del trattato costituzionale si chiuse con un compromesso reticente. Prevalse l’idea che nominare il cristianesimo significasse escludere chi cristiano non era, e che la laicità delle istituzioni richiedesse il silenzio sulla storia. Fu un equivoco. Una memoria taciuta non diventa neutrale, diventa disponibile. E infatti, nel vuoto lasciato dalle istituzioni, quella memoria è stata raccolta da chi l’ha trasformata in bandiera identitaria, in confine, in arma contro i migranti e contro la stessa idea di Europa.
Il viaggio di Leone ha mostrato che esiste un’altra strada. Il Papa ha parlato di una Francia dalle ricche radici cristiane, ma ha ricostruito quella storia come un processo di incontri: l’eredità greco-romana che si intreccia con la fede, l’umanesimo, il Rinascimento, perfino l’Illuminismo, letto come la stagione che ha aperto al riconoscimento dei diritti della persona e della libertà religiosa. Non una genealogia chiusa, ma una sedimentazione. A Metz, città natale di Schuman, il discorso sull’identità europea ha evitato ogni tentazione di schieramento, mentre a Parigi il richiamo contro i potenti superbi è suonato a molti come una replica indiretta a Washington.
Qui sta il punto. Il cristianesimo usato come marcatore identitario è un cristianesimo senza contenuto, un patrimonio da difendere più che una pratica da vivere. Il Papa lo ha fatto capire senza nominare nessuno: in una Francia dove convivono milioni di musulmani e una grande comunità ebraica, le radici servono se nutrono, non se recintano. È una lezione che vale per tutto il continente, dove la parola radici è diventata terreno di contesa tra chi la invoca per chiudere e chi la teme per paura di dividere.
Non tutti hanno letto il viaggio allo stesso modo. Una parte della stampa ha voluto vedere nelle parole di Metz una critica all’Europa di Bruxelles, ridotta a burocrazia senz’anima. Un’altra ha sottolineato la distanza del Pontefice dalle destre che si proclamano difensori della fede. Entrambe le letture colgono qualcosa, ma rischiano di tirare il Papa per la tonaca. Leone ha detto sull’aereo di ritorno di non essere un politico, ma che la Chiesa ha il dovere di parlare.
La confessione di Gentiloni apre allora una questione politica vera. L’Europa può permettersi di continuare a definirsi soltanto attraverso procedure, mercati e parametri? Un’unione che non sa raccontare da dove viene fatica a spiegare dove vuole andare, e lascia ad altri il monopolio del racconto. Riconoscere le proprie origini non significa trasformarle in un’appartenenza obbligatoria: significa sottrarle a chi ne fa un uso esclusivo. La laicità matura non è amnesia, è la capacità di custodire una storia senza imporla.
Resta da vedere se questa consapevolezza tardiva produrrà qualcosa. Il rischio è che si fermi al rimpianto. L’occasione è ripensare il discorso pubblico europeo, restituendogli profondità storica e spessore morale, proprio mentre dall’altra sponda dell’Atlantico arriva la sfida di un nazionalismo che ha fatto della religione uno strumento di potere. Che a indicarlo sia un Papa americano è forse il segno più eloquente di questi tempi.





