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30 Settembre 2026Meloni e Babiš a Praga: l’asse Italia-Repubblica Ceca per ammorbidire le regole europee sulle emissioni e puntare sul nucleare
La missione di Giorgia Meloni a Praga ha prodotto un documento e una strategia. Il documento è il Piano d’azione Italia-Repubblica Ceca 2026-2030, firmato con il premier Andrej Babiš: un’intesa ampia che tocca difesa, infrastrutture, ricerca, migrazioni ed energia. La strategia è quella di costruire un fronte comune in vista del Consiglio europeo di metà ottobre, per convincere gli altri Stati membri a rivedere il sistema Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica.
Le proposte italo-ceche vanno in una direzione precisa. Si chiede di intervenire sulle quote per contenere i costi dei settori energivori, come acciaio, ceramica e cemento; di rafforzare la sorveglianza sul mercato delle quote; di rendere più flessibile il regolamento sul metano, che secondo Roma e Praga complicherebbe il ricorso a fornitori alternativi; e soprattutto di rinviare l’Ets2, il nuovo meccanismo che dal 2028 dovrebbe estendersi a trasporto stradale ed edifici. Il timore dichiarato è che si traduca in un nuovo aumento dei carburanti e delle bollette, colpendo il potere d’acquisto delle famiglie.
Il contesto spiega l’urgenza. Il caro energia è tornato a pesare, e da Praga la premier ha ringraziato Eni, Ip e Q8 per aver accolto l’invito del governo a calmierare i prezzi alla pompa, chiedendo ad altri operatori di fare altrettanto. È una politica dell’appello, più morale che strutturale, che rivela quanto siano limitati gli strumenti a disposizione nel breve periodo.
Sul medio periodo, la scommessa è il nucleare di nuova generazione. La Repubblica Ceca investe da tempo nei piccoli reattori modulari e considera l’atomo una componente strategica del proprio sistema energetico. L’Italia, dopo l’approvazione del disegno di legge in Senato, ha riaperto un capitolo chiuso da decenni, con le prime centrali ipotizzate dal governo non prima del 2033-2034. Meloni parla di complementarità industriale e di partenariato tecnologico.
Il quadro, però, merita qualche osservazione critica. Chiedere di allentare l’Ets significa intervenire sull’unico strumento che dà un prezzo alle emissioni e orienta gli investimenti. Alleggerirlo può dare respiro alle imprese oggi, ma rischia di rallentare la trasformazione di cui quelle stesse imprese avranno bisogno domani. C’è poi un problema di tempi: il nucleare promesso arriverà, nella migliore delle ipotesi, tra quasi un decennio, mentre il caro energia è un’emergenza di adesso. Nel frattempo resta sottoutilizzato ciò che il Paese già possiede. Le rinnovabili, la geotermia toscana, le reti di distribuzione locali e le comunità energetiche potrebbero incidere sui costi assai prima di qualsiasi reattore, se solo fossero trattate come una politica industriale e non come una somma di incentivi.
Anche sul piano europeo l’asse con Praga ha un significato politico evidente. Babiš è un interlocutore scomodo a Bruxelles, e la saldatura tra i due governi segnala la volontà di costruire una coalizione di Paesi che chiedono meno vincoli climatici in nome della competitività. È una linea legittima, ma il suo successo dipenderà dalla capacità di proporre alternative credibili, non solo rinvii.
L’energia è la questione su cui si misura il futuro industriale del continente. Difendere famiglie e imprese dai rincari è doveroso. Farlo smontando pezzo per pezzo gli strumenti della transizione, senza costruire un’alternativa concreta nel breve periodo, rischia di lasciare l’Italia con bollette alte oggi e ritardi più costosi domani.




