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30 Settembre 2026Aree interne, la scuola come ultimo presidio: senza studenti i territori perdono il futuro
C’è un’Italia che si svuota in silenzio, e la scuola è spesso il primo termometro di questo svuotamento. Quando un plesso chiude, quando una pluriclasse si riduce a pochi alunni, quando un istituto superiore viene accorpato a decine di chilometri di distanza, non si perde solo un servizio: si interrompe il legame tra una comunità e la propria possibilità di durare. È il tema su cui torna Fulvio Esposito, già rettore dell’Università di Camerino e animatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, sostenendo che l’Italia interna non può permettersi di perdere i propri studenti.
I dati sono noti da tempo, ma continuano a essere trattati come una fatalità. Le rilevazioni nazionali mostrano che gli studenti delle aree interne ottengono in italiano e matematica risultati inferiori alla media in quasi tutti i gradi scolastici. L’abbandono cresce man mano che ci si allontana dai centri: nei comuni polo si ferma alla licenza media circa un ragazzo su otto, nei territori periferici e ultraperiferici la quota sale oltre il sedici per cento. E nelle aree montane e appenniniche del Centro-Nord la presenza dei giovani tra i diciassette e i trentaquattro anni è ormai sotto la media nazionale.
Il nodo politico è il dimensionamento scolastico. Il calo della natalità viene sempre più usato come argomento per ridurre risorse, accorpare istituti, tagliare dirigenze. È una logica contabile che scambia la causa per l’effetto: meno studenti, quindi meno scuola, quindi meno famiglie disposte a restare, quindi ancora meno studenti. Una spirale che trasforma la demografia in destino. L’Italia, del resto, continua a investire nell’istruzione meno della media europea, e i territori marginali sono i primi a pagarne il prezzo.
Esiste un’altra lettura, che rovescia il ragionamento. La diminuzione degli alunni può diventare l’occasione per costruire una scuola migliore, non più povera. Classi meno numerose permettono percorsi personalizzati, attenzione ai bisogni educativi speciali, didattica laboratoriale. Il modello della scuola estesa, sperimentato nelle aree remote del Québec e adattato alle piccole scuole italiane, dimostra che la tecnologia può collegare classi lontane senza cancellarle, ampliando l’offerta invece di concentrarla. Esperienze virtuose ci sono, dal Nord al Mezzogiorno. Manca la volontà di farle diventare sistema.
C’è poi una dimensione che va oltre l’istruzione. La scuola, nei piccoli centri, è spesso l’unico spazio pubblico vivo durante l’intera giornata: luogo di incontro tra famiglie, sede di attività culturali, punto di riferimento per l’associazionismo. Ogni risorsa investita lì produce effetti che superano il perimetro educativo: occupazione, coesione, qualità della vita, capacità di attrarre nuovi residenti. Il ragionamento vale per l’Appennino come per l’Amiata, per le valli alpine come per le colline del Sud.
Il problema, dunque, non è se le aree interne possano permettersi le loro scuole, ma se il Paese possa permettersi di perderle. Ogni ragazzo che se ne va per studiare e non torna è un investimento pubblico trasferito altrove, spesso all’estero. Trattenere, o far tornare, significa offrire non solo aule, ma prospettive: indirizzi legati alle vocazioni reali dei territori, collegamenti con le università, opportunità di lavoro qualificato.
La politica dei tagli lineari è la più semplice da praticare e la più costosa nel lungo periodo. Una strategia nazionale per le aree interne esiste sulla carta da oltre un decennio. Farla vivere nella scuola significherebbe riconoscere che l’istruzione non è una voce di spesa da comprimere, ma il fondamento stesso di ogni politica contro lo spopolamento.





