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30 Settembre 2026La mattina della Tratta nelle contrade: la storia dei ragazzi di via del Poggio e i riti che fanno il Palio
di Pierluigi Piccini
Nel numero unico della contrada dell’Aquila c’è una pagina intitolata La mano dei ragazzi di via del Poggio. Accanto al testo c’è una fotografia di metà Novecento: ragazzi sulle scalinate, uno con il tamburo al collo, una bandiera tesa, due donne sedute che li guardano. Sono i Ghezzi, gli Arnetoli, i Brogi, i fratelli Mario e Massimo Brocchi, Mariella, Licia, Ennio Papei detto Buriana. La pagina racconta cosa è successo di loro la mattina del 29, il giorno della Tratta.
Cesare, che ha già il nerbo, si sveglia con un pensiero fisso: deve portare con sé la collana di nonno Buriana. Non è nel cassetto dove la credeva. La cerca nelle cantine e nelle soffitte dei genitori, finché la ritrova in un sacchetto, accanto a un braccialetto d’oro. Intanto Marzia va al cimitero, come ogni mattina. Raccoglie un sassolino dalla tomba di Mario e uno da quella di suo marito Massimo, che tutti chiamavano Massimino. In Piazza Postierla incontra Cesare e gli dà quello di Mario. Quello del marito lo tiene per sé: lo stringerà lei, durante la Tratta. Dopo la Messa la signora Emilia, parrocchiana di don Flavio, si avvicina al correttore e gli racconta di aver sognato Mariella, che le annunciava la vittoria dell’Aquila.
Non è folclore, e non è superstizione. È un rito, e un rito si fa a prescindere. Nessuno crede che una collana cambi la busta o che un sassolino faccia correre un cavallo. Ma quei gesti vanno compiuti, perché la mattina della Tratta la contrada si presenta alla sorte al completo, con i suoi morti. Anche Cesare deve farlo, anzi lui più di tutti: ha il nerbo in mano, e deve portare con sé il nonno, Mario, Massimino. I ragazzi di quella fotografia sono diventati vecchi, poi se ne sono andati. Ma la contrada non li ha lasciati indietro, e quella mattina qualcuno se li è rimessi in tasca.
La storia di via del Poggio non è un’eccezione. Nelle stesse ore, in ogni contrada, qualcuno apre un cassetto, rifà una strada che faceva con un amico, racconta un sogno in cucina. Il Palio comincia lì, molto prima della piazza. Questi riti superano la corsa e insieme la definiscono: senza di loro resterebbero dieci cavalli in una piazza.
Sono cose personali, gelosissime, che non si raccontano a chi chiede. Restano nelle case e spesso se ne vanno con chi le ha vissute. Questa l’ha resa pubblica la contrada stessa, nel suo numero unico, dove parla prima di tutto a sé stessa. Chi viene da fuori può leggerla, ma leggere non significa essere entrati. La corsa è di tutti, mentre quello che la precede appartiene a chi lo porta dentro.





