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30 Settembre 2026Caso David Rossi, la commissione d’inchiesta e le nuove perizie: che cosa dicono i consulenti e che cosa resta da accertare
Sono passati più di tredici anni dalla sera del 6 marzo 2013, quando David Rossi, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi, morì dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni, nel vicolo di Monte Pio. Allora i procedimenti giudiziari si chiusero con l’ipotesi del suicidio. Oggi la commissione parlamentare d’inchiesta sulla sua morte, istituita nella legislatura in corso e presieduta dal deputato Gianluca Vinci, ha ricevuto dai propri consulenti due lavori che indicano una direzione diversa. Vale la pena ripercorrerli con attenzione, distinguendo ciò che è stato affermato da ciò che resta da verificare.
Il primo passaggio si è svolto lunedì a Roma, all’Università del Foro Italico. Lì è stata ricostruita la finestra dell’ufficio e sono state simulate diverse modalità di caduta. Vi hanno lavorato i consulenti Robbi Manghi e Marco Nigrisoli, con il tenente colonnello del Ris Adolfo Gregori e il supporto dei vigili del fuoco. Secondo le valutazioni illustrate al termine delle prove, i consulenti ritengono da escludere un movimento volontario. Rossi sarebbe stato cosciente al momento della caduta e l’ipotesi da loro considerata più probabile è quella di un’aggressione da parte di più persone. Il presidente Vinci ha dichiarato di ritenere che si sia trattato di un omicidio. Gli stessi tecnici hanno precisato che si tratta di prime valutazioni, in attesa della relazione conclusiva.
Il giorno dopo, a Palazzo San Macuto, la commissione ha ascoltato lo psicologo forense Edoardo Genovese e lo stesso Manghi, autori di una relazione di 217 pagine sullo stato mentale, emotivo e relazionale di Rossi nei giorni precedenti la morte. Al centro dell’analisi ci sono gli elementi che per anni sono stati considerati indicativi di un gesto volontario: la mail inviata il 4 marzo all’allora direttore generale, i tre biglietti indirizzati alla moglie Antonella Tognazzi trovati strappati nel cestino, alcuni fazzoletti con tracce ritenute ematiche.
La lettura proposta dai consulenti è che la mail del 4 marzo, collocata nella sequenza di quella giornata, esprimesse una richiesta d’aiuto nata da un momento di forte angoscia. Nei messaggi successivi quella crisi sarebbe rientrata e Rossi si sarebbe orientato verso la tutela della propria posizione professionale. I biglietti vengono datati allo stesso 4 marzo, due giorni prima della morte. Il fatto che fossero stati strappati e gettati via viene interpretato come segno del superamento di quella fase. Le macchie sui fazzoletti vengono ricondotte, per colore e forma, a piccoli tagli risalenti ad alcuni giorni prima. Su questo punto i consulenti riconoscono un margine di incertezza, perché i fazzoletti non furono conservati e non furono sottoposti ad analisi biologiche.
Il ritratto che emerge dalla relazione è quello di una persona sottoposta a una pressione molto forte nelle settimane successive alla perquisizione del 19 febbraio 2013, in uno stato di allerta e di timore per la propria posizione e la propria reputazione. Secondo i consulenti non vi erano però patologie psichiatriche, non vi era uso di psicofarmaci, e non si osservava quel ritiro dalla vita sociale che di solito accompagna un gesto pianificato. Rossi continuava a lavorare, a coltivare relazioni, a fare progetti per il futuro. Antonella Tognazzi ha commentato che la nuova consulenza conferma quanto la famiglia sostiene da tredici anni.
Il lavoro della commissione prosegue. Il 12 ottobre è attesa la perizia sulle immagini delle telecamere del vicolo di Monte Pio. Nei prossimi giorni saranno ascoltati il dipendente di un ristorante senese e Filippo Rossi, fratello di David.
Resta da tenere presente la natura di questo lavoro. Una commissione parlamentare conduce un’inchiesta con i poteri che la legge le attribuisce, ma non pronuncia sentenze e non accerta responsabilità individuali. Le sue conclusioni, quando saranno definitive, potranno essere messe a disposizione dell’autorità giudiziaria, alla quale spetta ogni valutazione. È in quella sede che le perizie di questi giorni dovranno trovare conferma o smentita, nel contraddittorio tra le parti.
Per una famiglia che attende da tredici anni, e per una città che ha vissuto quella morte come una ferita dentro la crisi più grave della sua banca, conta che il percorso arrivi fino in fondo con rigore e con tutte le garanzie. Una verità destinata a durare deve poter reggere alla prova delle obiezioni, e nessuno dovrebbe avere fretta di sostituire una certezza con un’altra.





