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30 Settembre 2026Mps, la lettera di Siena all’Europa ha ragione nel merito ma bussa alla porta sbagliata
Comune di Siena, Provincia e Regione Toscana hanno scritto alla Direzione generale della Concorrenza della Commissione europea per chiedere che l’Opas di Intesa Sanpaolo sul Monte dei Paschi venga esaminata senza trascurare nulla. Dieci punti, un linguaggio misurato, la premessa ripetuta che non si vuole interferire con il mercato. Il cuore dell’argomento è giusto e va detto con chiarezza: la concorrenza bancaria non si misura contando gli sportelli sovrapposti. Una rete come quella del Monte, radicata nei territori e abituata a fare credito a piccole imprese e famiglie, rappresenta una capacità distributiva che, se ridimensionata, sottrae al mercato qualcosa che nessuna tabella di quote comunali riesce a registrare. È la differenza tra concentrazione aritmetica e concentrazione reale, e su questo i firmatari colpiscono nel segno.
Il problema è l’indirizzo. L’operazione è all’esame dell’Antitrust italiana, nel procedimento C12836, e la competenza nazionale non è un accidente: quando entrambe le banche realizzano gran parte del proprio fatturato nello stesso Paese, la concentrazione resta nelle mani dell’autorità di quel Paese. Bruxelles può essere informata, sollecitata, tenuta in allerta, ma non ha il dossier sul tavolo. Scriverle significa chiedere a un osservatore di vigilare su una partita che viene arbitrata altrove. Non è inutile, ma è poco. E chiedere alla Commissione di “coordinarsi” con Agcm, Bce e Banca d’Italia equivale a riconoscere che le leve vere stanno a Roma e a Francoforte.
C’è poi la questione del tempo. Mentre le istituzioni toscane scrivono lettere improntate a “senso di responsabilità”, Intesa corre: ha già ottenuto senza condizioni oltre tre quarti delle autorizzazioni estere richieste per un’offerta da 30,6 miliardi, e la sua assemblea ha approvato l’aumento di capitale al servizio dell’operazione con percentuali plebiscitarie. Il calendario resta il vero terreno di scontro, con la chiusura dell’offerta che precede di mesi qualsiasi assetto difensivo del Monte. Una lettera a Bruxelles non sposta di un giorno questa asimmetria.
Il punto più serio dei dieci è quello sul compendio destinato alla cessione. Se l’Antitrust imporrà a Intesa di vendere sportelli per superare le sovrapposizioni, bisognerà verificare che quel pacchetto sia davvero un concorrente capace di vivere da solo, con risorse, autonomia e capacità di credito, e non un ramo secco consegnato a chi lo lascerà appassire. Qui le istituzioni hanno ragione a pretendere garanzie concrete: indicatori, tempi di risposta sul credito, autonomia decisionale delle strutture territoriali. Ma questa richiesta andava rivolta prima di tutto all’Agcm, in modo formale, con memorie e dati, perché è lì che i rimedi verranno scritti.
E c’è un interlocutore che nella lettera non compare e che pesa più di Bruxelles: il governo, che ancora detiene una quota del Monte e dispone dei poteri speciali sulle operazioni strategiche. Lo stesso Giani ha chiesto che il Mef vada in assemblea con chiarezza. Bene, allora la coerenza impone di trasformare quell’invito in iniziativa politica, non in un auspicio.
La lettera è dunque un gesto di unità istituzionale, e non è poco in una vicenda in cui Siena ha spesso parlato con voci diverse. Ma l’unità serve se diventa pressione dove le decisioni si prendono. Altrimenti rischia di restare un atto di testimonianza, dignitoso e tardivo, mentre la banca che porta il nome della città cambia padrone secondo tempi e regole scritti da altri.





