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KRAKOW, POLAND - 2024/07/05: Servicemen hold European Union flag during commencement ceremony of the EU Battle Group's duty in 6th Logistics Battalion in Krakow. The duty in the EU Battle Group is an answer to geopolitical security, The group consits of special forces on stand-by ready for humanitarian and peacekeeping missions. Polish 6 Airborne Brigade forms the main core of the group. (Photo by Dominika Zarzycka/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)
C’è un paradosso nei numeri che l’Agenzia europea per la difesa ha consegnato ai rappresentanti permanenti dei Ventisette, e che il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre dovrà discutere. Nel 2025 gli Stati dell’Unione hanno speso per la difesa 418 miliardi di euro, il 2,2 per cento del prodotto interno lordo comunitario, un livello che non si toccava da almeno tre decenni. Le proiezioni dicono che entro il 2029 si potrà arrivare a 547 miliardi, intorno al 2,8 per cento del Pil. Eppure lo stesso rapporto, il primo dedicato alla cosiddetta prontezza della difesa, ammette che la capacità militare comune presenta ancora lacune gravi. Più denaro, dunque, ma non più Europa.
La ragione sta in un dato che dovrebbe essere il cuore del dibattito pubblico e che invece resta sullo sfondo: circa due terzi degli investimenti, il 68 per cento, restano puramente nazionali. Ogni capitale ordina i propri sistemi d’arma, alimenta la propria industria, difende i propri campioni produttivi. Il risultato è un mosaico di eserciti che non si parlano, con mezzi diversi, munizioni non sempre compatibili, catene logistiche separate. Le economie di scala che dovrebbero giustificare lo sforzo comune non si realizzano, e i costi si moltiplicano. La Germania guida la corsa, e questo non è un dettaglio: il baricentro della spesa si sposta verso Berlino senza che a questo spostamento corrisponda un disegno politico condiviso.
Qui si tocca il nodo vero. Una difesa europea presuppone una politica estera europea, cioè una sovranità condivisa su che cosa difendere, da chi, con quali fini. Senza questo presupposto la spesa militare diventa una somma di riarmi nazionali che si legittimano a vicenda evocando l’Europa, ma che rispondono a logiche di bilancio, di consenso interno e di interesse industriale. L’Unione finisce per fare da cornice retorica e da cassa di compensazione, mentre le decisioni restano dove sono sempre state.
C’è poi la questione delle risorse. Le cifre del rapporto non piovono dal cielo: escono da bilanci pubblici già sotto pressione, in un momento in cui l’inflazione torna a mordere e il caro energia pesa su famiglie e imprese. Ogni punto di Pil destinato alle armi è un punto sottratto ad altro, oppure finanziato a debito, oppure coperto con nuove entrate. In Italia la discussione sulla flessibilità chiesta a Bruxelles mostra bene questa tensione: le spese per il riarmo e quelle per proteggere il potere d’acquisto competono sugli stessi margini. Che i fondi di coesione, pensati per ridurre le distanze tra territori, vengano in parte orientati verso la difesa dice molto delle priorità che si stanno affermando.
Il rapporto ha almeno il merito della franchezza. Riconosce che l’ammontare nominale della spesa non misura nulla di per sé, e che contano piuttosto i tempi di consegna, la quota europea degli acquisti, la capacità operativa effettiva. È un’ammissione che dovrebbe aprire una riflessione più ampia: se dopo tanto denaro l’Europa si scopre ancora frammentata, il problema non è quanto si spende ma per quale progetto. Finché questa domanda resterà senza risposta, il riarmo continuerà a crescere come una contabilità senza politica, capace di produrre industria e consenso nazionale, molto meno di produrre sicurezza comune.




