
L’Europa spende per le armi come mai negli ultimi trent’anni, ma ogni Stato compra per conto suo
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1 Ottobre 2026Inflazione al 4,2 per cento: il governo chiede flessibilità a Bruxelles mentre i salari restano fermi
Il dato preliminare dell’Istat su settembre ha riportato l’Italia indietro di tre anni. L’indice dei prezzi al consumo è cresciuto dello 0,7 per cento in un mese e del 4,2 su base annua, contro il 3,3 di agosto. Bisogna risalire al settembre 2023 per trovare un valore più alto. A trainare la corsa sono ancora una volta i beni energetici, saliti dal 17,1 al 22,3 per cento, ma l’aumento si allarga ai prodotti che si comprano tutti i giorni, il cosiddetto carrello, passati dal 4,3 al 5,3. È l’inflazione che si sente, quella che colpisce chi ha redditi bassi e fissi.
Lo shock nasce lontano, dalle tensioni sullo stretto di Hormuz e dalla guerra condotta dagli Stati Uniti contro l’Iran, ma si scarica su un’economia già fragile. Le retribuzioni misurate dall’Istat crescevano a giugno del 2,4 per cento, meno della metà dei prezzi attuali. La fiducia di consumatori e imprese è tornata negativa. Il divario tra salari e costo della vita, che negli ultimi anni non si era mai davvero richiuso, ricomincia ad allargarsi.
La risposta di Giorgia Meloni è stata una lettera a Ursula von der Leyen, firmata insieme alla Repubblica Ceca di Andrej Babiš, per chiedere margini aggiuntivi nelle regole di bilancio. L’argomento è che un’inflazione importata dall’energia dovrebbe essere considerata nel calcolo del deficit consentito. In concreto il governo vorrebbe destinare, in due anni, 14 miliardi attraverso la clausola di salvaguardia europea a misure contro il caro energia per imprese e famiglie. La premier ha anche definito inadeguata la proposta di revisione del mercato europeo delle emissioni.
La mossa, però, rivela più debolezze di quante ne risolva. Il piano originario prevedeva 36 miliardi di flessibilità: 22 per le spese militari e 14 per l’energia. Ora, davanti al rischio di un deficit oltre la soglia, il governo valuta di attivarne solo una parte, e la scelta tra armi e bollette diventa esplicita. È la contraddizione di una politica economica che ha accettato gli impegni di riarmo senza avere le risorse per sostenerli insieme alla protezione sociale, e che ora chiede all’Europa di aprire spazi che le stesse regole europee, accettate e difese, chiudono.
C’è anche un problema di strumenti. I bonus, per definizione temporanei, attenuano il colpo ma non toccano le cause. Non intervengono sulla struttura dei prezzi dell’energia, sui margini delle compagnie che in questi mesi hanno accumulato profitti, sulla dinamica contrattuale che lascia i salari indietro. Altri Paesi hanno discusso di tetti ai prezzi e di prelievi sugli extraprofitti; in Italia il tema resta ai margini, nonostante il peso pubblico in un grande gruppo energetico nazionale offra leve che altrove non esistono.
La manovra che si sta scrivendo promette di concentrarsi su salari e potere d’acquisto. Sarà il banco di prova. Se si ridurrà a una distribuzione di sussidi finanziata con margini contrattati a Bruxelles, l’inflazione verrà inseguita invece che governata, e il conto, ancora una volta, lo pagheranno quelli che non hanno modo di difendersi dai prezzi.





