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1 Ottobre 2026La nuova legge elettorale arriva al voto finale alla Camera tra scrutini segreti, fiducie e deputati precettati
La riforma elettorale voluta dalla maggioranza, ribattezzata Melonellum, è entrata nella fase decisiva. Il testo è tornato alla Camera per la terza lettura dopo le modifiche del Senato, e oggi l’aula vota le pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni, con la possibilità dello scrutinio segreto. La maggioranza ha precettato deputati, ministri e sottosegretari: non vuole ripetere l’incidente di luglio, quando l’emendamento sulle preferenze passò per un solo voto proprio a scrutinio segreto. Il capogruppo di Fratelli d’Italia ha legato apertamente la sopravvivenza del governo all’approvazione della legge. Seguiranno tre voti di fiducia sugli articoli modificati e il voto finale, atteso tra il 7 e l’8 ottobre.
L’impianto è noto. Alla coalizione che raggiunge il 42 per cento va un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, centocinque parlamentari aggiunti per garantire una maggioranza solida. Le liste dovranno indicare il candidato premier, con una formula che rinvia formalmente alle prerogative del Presidente della Repubblica ma che di fatto sposta il baricentro della scelta del governo fuori dal Parlamento. Sono state introdotte le preferenze, che le opposizioni considerano una concessione di facciata, ed è stato eliminato l’equilibrio di genere tra i capilista.
Ma il punto più delicato riguarda chi potrà presentarsi. Per le nuove formazioni la soglia di firme necessarie è salita da 1.500 ad almeno 6.000 per collegio, senza la possibilità di raccoglierle in forma digitale. Riccardo Magi, di Più Europa, ha iniziato uno sciopero della fame per denunciare quello che considera uno sbarramento d’accesso: centinaia di migliaia di firme richieste a chi vuole entrare nella competizione, mentre siedono in Parlamento forze che hanno preso molti meno voti. Una legge elettorale che rende più difficile presentarsi alle elezioni tocca la radice della rappresentanza.
Il clima in cui la riforma viene approvata dice il resto. Il governo blinda il testo con le fiducie, la maggioranza teme i propri franchi tiratori, le opposizioni denunciano persino la presenza di osservatori in tribuna incaricati di sorvegliare il comportamento dei deputati. Una regola del gioco destinata a valere per tutti viene scritta da una parte sola, a ridosso della scadenza della legislatura, con il calcolo esplicito di vantaggi e svantaggi elettorali.
Non è un caso che, nelle stesse ore, si torni a riflettere sul referendum di marzo sulla giustizia, quando il No prevalse con il 53 per cento. Quel voto ha mostrato che una parte larga del Paese diffida delle riforme che concentrano il potere e indeboliscono i contrappesi. Premio di maggioranza ampio, indicazione del capo del governo, soglie d’accesso più alte: letti insieme, questi elementi disegnano una democrazia in cui chi vince prende molto e chi vuole entrare trova la porta più stretta. Le opposizioni, se vogliono contrastare questo disegno, dovranno fare qualcosa di più che votare contro: costruire un’idea di rappresentanza e di equilibrio tra poteri che parta dalla Costituzione e parli a quella maggioranza che a marzo ha detto No.





