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5 Ottobre 2026Pensioni, il ceto medio ha perso potere d’acquisto per tredici anni: la rivalutazione tagliata è diventata una tassa permanente
Il Dataroom del Corriere torna su un tema che riguarda milioni di italiani e che la politica preferisce lasciare nell’ombra: quanto hanno perso davvero i pensionati del ceto medio, quelli con un assegno attorno ai 1.900 euro netti, in tredici anni di rivalutazioni ridotte. Il quadro che emerge è quello di un prelievo silenzioso, mai chiamato con il suo nome, che si è sommato anno dopo anno fino a diventare strutturale. Solo il governo Meloni, nel biennio 2023-2024, avrebbe risparmiato così una decina di miliardi.
Per capire bisogna tornare indietro. Tutto comincia nel 1992, con l’abolizione della scala mobile. Fino ad allora anche le pensioni crescevano seguendo i salari. Dal 1994 vengono invece rivalutate soltanto in base all’inflazione, con un meccanismo chiamato perequazione automatica. È un passaggio cruciale: chi smette di lavorare non ha più contratti da rinnovare, e l’unica difesa del proprio reddito contro il caro vita è proprio quell’adeguamento. Ma non tutte le pensioni recuperano l’inflazione allo stesso modo. Le soglie si calcolano in multipli del trattamento minimo Inps, e oltre una certa cifra la rivalutazione scende progressivamente.
Il problema è che quello che doveva essere un intervento eccezionale è diventato regola. Governi di ogni colore hanno usato la perequazione come un bancomat, perché tagliarla non richiede di toccare l’assegno nominale: semplicemente, l’aumento previsto non arriva per intero. Il pensionato vede la stessa cifra o poco più, e intanto la spesa al supermercato cresce. Con la fiammata dei prezzi del 2023 e del 2024 l’effetto è diventato pesantissimo, perché più alta è l’inflazione, più vale la parte di rivalutazione che non viene riconosciuta.
C’è poi un aspetto che rende la perdita irreversibile. Ogni euro non rivalutato oggi non entra nella base su cui si calcolano gli aumenti degli anni successivi. È l’effetto trascinamento: un taglio di un anno si porta dietro le sue conseguenze per tutta la vita del pensionato. Già lo scorso anno gli studi di settore stimavano per le pensioni medio-alte una svalutazione superiore al 21 per cento in quattordici anni, e ricordavano che la Corte costituzionale aveva più volte raccomandato che questi tagli fossero brevi, proporzionati e non ripetuti. Raccomandazioni rimaste sulla carta.
Il paradosso è che a pagare sono proprio coloro che hanno versato di più. I pensionati sopra quattro volte il minimo, poco più di un quinto del totale, sostengono la gran parte dell’Irpef prelevata sulle pensioni. Sono gli ex impiegati, gli insegnanti, i tecnici, i quadri: non i ricchi, ma quel ceto medio che ha retto il Paese con il proprio lavoro e le proprie tasse, e che oggi si scopre trattato come una riserva da cui attingere quando i conti non tornano.
Nessuno nega che la spesa pensionistica sia un problema serio per i conti pubblici. Ma un sistema che riduce il valore reale delle pensioni senza mai dichiararlo apertamente mina la fiducia su cui si regge il patto tra generazioni. Se lo Stato ritiene necessario un contributo dai pensionati, lo chieda in modo trasparente, con una misura temporanea e motivata. Continuare a farlo per sottrazione, anno dopo anno, significa trasformare una promessa in un’incognita. E un Paese che invecchia non può permettersi di rendere incerto proprio il reddito di chi non ha più alcun modo di difenderlo.





