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C’è un paradosso che attraversa l’economia italiana e che i numeri di questi mesi rendono evidente: mai così tanti occupati, mai così indietro gli stipendi. La disoccupazione è scesa ai minimi storici e il tasso di occupazione ha toccato un livello mai raggiunto. Eppure il potere d’acquisto di chi lavora resta lontano da quello di prima della pandemia. L’Istat stima che dal 2019 le retribuzioni contrattuali abbiano perso oltre l’otto per cento in termini reali. L’Ocse colloca l’Italia all’ultimo posto tra le grandi economie per recupero rispetto al 2021, con un divario di circa sei punti, e prevede per quest’anno un nuovo arretramento. Si parla di trentacinque anni perduti, come se un’intera generazione di lavoro non avesse prodotto benessere per chi l’ha svolto.
Il dato più recente segna una svolta da non sottovalutare. Per dieci trimestri gli aumenti contrattuali avevano almeno inseguito i prezzi. Nel secondo trimestre la tendenza si è invertita: retribuzioni in crescita del 2,5 per cento, inflazione al 3. La ripresa dei prezzi energetici legata alla guerra in Medio Oriente ha riaperto la forbice proprio quando sembrava chiudersi. Nello stesso momento il governo chiude gli sconti sulle accise del gasolio. Sono sei centesimi al litro che tornano a pesare su chi si muove per lavorare, soprattutto nelle aree interne, dove l’automobile non è una scelta.
Perché il lavoro non si traduce in reddito? Le ragioni sono strutturali e note. La produttività è ferma da decenni e il sistema produttivo è frammentato in piccole imprese con margini ridotti. L’occupazione cresce soprattutto nei servizi a basso valore aggiunto, nel turismo, nella logistica. I contratti collettivi si rinnovano in ritardo, spesso anni dopo la scadenza, e recuperano l’inflazione quando ha già fatto il suo danno. Il lavoro è sempre più spezzato tra part-time involontario e tempo determinato: aumenta il numero degli occupati senza aumentare né le ore lavorate né i redditi.
Poi c’è la distribuzione. L’economista Andrea Garnero dice che si salva solo chi ha una rendita, e descrive con precisione la frattura che attraversa il paese. Chi possiede immobili, patrimoni, titoli ha visto il proprio reddito difeso o accresciuto. Chi vive del proprio lavoro ha subito l’inflazione per intero. È un rovesciamento silenzioso del patto su cui si era costruita l’Italia repubblicana, quello per cui il lavoro era la via ordinaria per migliorare la propria condizione. Oggi la via più sicura è ereditare.
Le conseguenze non sono solo economiche. Salari bassi significano giovani che emigrano, natalità in calo, consumi interni fermi, una domanda compressa che a sua volta frena la crescita. Significano anche un ceto di lavoratori poveri che fino a pochi anni fa non esisteva in queste proporzioni, e che oggi si ritrova negli sfratti per morosità e nelle file ai servizi sociali.
La politica risponde con strumenti parziali: detassazione di straordinari e tredicesime, ritocchi dell’Irpef sul ceto medio, bonus. Sono misure che alleggeriscono la busta paga senza toccare il meccanismo che produce salari bassi. Intanto il ministro della Salute chiede sei miliardi e mezzo per una sanità sotto pressione, segno che la coperta è corta ovunque. Servirebbe una scelta di fondo: premiare il lavoro invece della rendita, spostare il carico fiscale, rendere tempestivi i rinnovi contrattuali, legare gli incentivi alle imprese a investimenti e salari. Finché non la si fa, la crescita dell’occupazione resterà un dato da comunicato stampa e non una condizione di vita.





