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6 Ottobre 2026Legge elettorale, il governo blinda il Melonellum con tre fiducie: le regole del voto decise a pochi mesi dalle urne
In queste ore la Camera vota la fiducia sulla nuova legge elettorale, quella che le opposizioni hanno battezzato Melonellum. Il governo ne ha poste tre, sui primi tre articoli. Sono quelli che disegnano il sistema di voto per Camera e Senato e il meccanismo delle preferenze con i capilista bloccati. Il voto finale è fissato per giovedì 8 ottobre, e lì il governo non potrà proteggersi. Le opposizioni chiederanno lo scrutinio segreto, e nel segreto dell’urna potrebbero riemergere i malumori che hanno accompagnato tutta la riforma.
Le pregiudiziali di costituzionalità sono state respinte con un margine ampio, 229 voti contro 151, ma il clima resta teso. La legge è al terzo passaggio alla Camera, dopo che il Senato aveva reintrodotto le preferenze. Le deputate della maggioranza contestano da mesi l’assenza di un obbligo di alternanza di genere tra i capilista. Una parte dei parlamentari teme di non essere ricandidata in posizione utile. I nove deputati di Futuro Nazionale, la componente che fa capo a Vannacci, si sono schierati contro fin dalla commissione. Meloni ha legato la sorte del governo al testo e ha spiegato la fiducia come un fatto di chiarezza. Detto altrimenti: chi vuole affossare la legge deve assumersi la responsabilità di far cadere l’esecutivo.
La fiducia su una legge elettorale non è una novità assoluta. Era già accaduto con l’Italicum e con il Rosatellum, e ogni volta le opposizioni avevano denunciato lo strappo. Ma la ripetizione non rende la pratica innocua. Una legge elettorale è la regola del gioco: dovrebbe sopravvivere ai vincitori del momento, e anche gli sconfitti dovrebbero riconoscerle legittimità. Approvarla comprimendo il dibattito parlamentare, mentre già si discute di un voto a maggio, significa farne uno strumento della competizione invece che la sua cornice.
Il contenuto pesa quanto il metodo. Il passaggio da un sistema misto con collegi uninominali a un proporzionale con premio di maggioranza costringe le coalizioni a formarsi prima del voto e attorno a un leader. Con i capilista bloccati, la parte più sicura degli eletti resta nelle mani delle segreterie, e agli elettori resta la scelta solo sulle posizioni di rincalzo. È un equilibrio che premia i partiti più strutturati e chi sa presentarsi unito. Non a caso, nelle stesse ore, Schlein e Conte trovano un’intesa sulle primarie di coalizione, mentre al centro una dozzina di sigle inseguono lo stesso spazio. La nuova legge obbliga tutti a scegliere da che parte stare.
Resta una domanda che riguarda la qualità della democrazia più che l’esito delle prossime elezioni. Le leggi elettorali degli ultimi vent’anni sono state scritte quasi sempre dalla maggioranza in carica, a fine legislatura, con l’occhio ai sondaggi, e due sono state demolite dalla Corte costituzionale. Ogni volta si è promessa stabilità e ogni volta si è prodotta sfiducia. Il distacco dei cittadini dal voto nasce anche da qui, dalla sensazione che le regole cambino secondo la convenienza di chi governa. Giovedì si saprà se la maggioranza tiene. Qualunque sia l’esito, il modo in cui si arriva al voto finale dice già molto di come si intende la rappresentanza.





