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A Strasburgo si sta giocando una partita che riguarda la vita quotidiana di milioni di persone molto più di tante risse parlamentari. La Commissione europea ha presentato a settembre l’Affordable Housing Act, il primo tentativo di dare un quadro comune alla crisi abitativa. Il cuore politico della proposta è la possibilità per Comuni e Regioni di limitare gli affitti brevi nelle aree sotto pressione abitativa. Ora quel cuore è in bilico. Popolari e destra lo attaccano: Forza Italia lo definisce un aspetto marginale, la Lega va all’assalto frontale. I socialisti avvertono il Ppe di non annacquare il testo trattando con l’estrema destra.
Conviene guardare la proposta per quello che è. Non è un divieto e non impone nulla dall’alto. Bruxelles non sceglierà quali zone colpire né quali misure adottare. Darà soltanto una base giuridica certa alle amministrazioni che vorranno intervenire, senza esporle ai ricorsi in nome del mercato unico. È una proposta di sussidiarietà, non di dirigismo. Eppure viene combattuta come se fosse un esproprio.
I numeri dicono altro. Nelle aree più turistiche, secondo le stime della Commissione, le abitazioni convertite in locazioni brevi arrivano ormai a un quinto del patrimonio. A Milano si vende un attico a tredici milioni mentre una stanza costa settecento euro al mese, e chi ha un reddito medio emigra a Vigevano. Lì, con quello che ha speso in affitto, avrebbe comprato un monolocale. Non è più il problema dei centri storici di Venezia o di Firenze. È la condizione di chi lavora nelle città e non può permettersi di abitarle.
Gli affitti brevi non sono l’unica causa, ed è vero che nessuna politica della casa può ridursi a questo. Ma chi usa l’argomento per non fare nulla dimentica un dettaglio. L’Europa che sta vincendo la sfida abitativa, Vienna, Helsinki, Rennes, non ha scelto tra regolare e costruire: ha fatto entrambe le cose. Ha tenuto in mano pubblica una quota consistente di alloggi e ha governato i suoli. Ha trattato l’abitare come un’infrastruttura, al pari dell’acqua o dei trasporti, non come una rendita da massimizzare. In Spagna il governo è arrivato a congelare sfratti e costi, rivendicando che non si tratta di una mossa elettorale. In Italia invece il tema resta confinato alle cronache, mentre l’edilizia pubblica è ferma da decenni.
C’è un paradosso che chi amministra un piccolo centro conosce bene. Mentre le grandi città espellono i loro abitanti, i borghi dell’interno si svuotano e le case restano chiuse. Sono due facce dello stesso squilibrio. Una politica della casa seria dovrebbe tenerle insieme: dare agli enti locali strumenti per difendere la residenza dove la pressione è insostenibile, e insieme investire perché tornare a vivere nei paesi sia una scelta possibile e non un ripiego. Servono servizi, connessioni, lavoro, recupero del patrimonio esistente invece di nuovo consumo di suolo.
Il voto che si prepara a Strasburgo dirà se il Partito popolare preferisce l’alleanza con le destre o la tenuta della maggioranza che ha eletto questa Commissione. Ma dirà anche qualcosa di più profondo: se la casa è considerata un diritto da garantire o un bene come un altro, lasciato al gioco del mercato. Annacquare la proposta significherebbe scegliere la seconda strada, e scaricare il conto sui sindaci, che il problema lo vedono ogni giorno senza avere gli strumenti per affrontarlo.





