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7 Ottobre 2026La legge elettorale passa con la fiducia a fine legislatura: il Melonellum è un premierato fatto entrare dalla porta di servizio
Una legge elettorale approvata con la fiducia è già una sentenza su chi la vota. Le regole del gioco dovrebbero essere il terreno comune, ciò su cui maggioranza e opposizione si misurano prima di misurarsi tra loro. Ieri alla Camera il governo ha blindato i primi due articoli del Melonellum con 226 e 227 sì. Oggi tocca al terzo, domani il voto finale a scrutinio segreto. Tutto questo a pochi mesi dalla fine della legislatura. A luglio la maggioranza era stata impallinata dai propri franchi tiratori proprio su preferenze e firme. Ora recupera quelle modifiche togliendo al Parlamento la possibilità di discuterle.
Il contenuto conta quanto il metodo. Ci sono capolista bloccati e fino a tre preferenze, un premio di maggioranza, il nome del candidato presidente del Consiglio sulla scheda. Quest’ultimo punto è il cuore della faccenda. L’elezione diretta del capo del governo non è passata per la via costituzionale. Dopo la sconfitta referendaria di marzo sulla giustizia, nessuno a destra ha voglia di tornare davanti agli elettori con un’altra riforma della Carta. Allora la si fa entrare dalla porta di servizio, attraverso il meccanismo elettorale. Il risultato è un premierato di fatto, senza i contrappesi che una revisione costituzionale avrebbe almeno dovuto discutere. Le opposizioni denunciano l’incostituzionalità. Probabilmente toccherà ancora una volta alla Consulta rimettere ordine, come già con le leggi del 2005 e del 2015, magari dopo che si sarà votato.
Fermarsi qui però sarebbe comodo, perché il vero segno di questa stagione è la paura. A destra si teme il voto in primavera. Si sorvegliano i banchi alla ricerca dei traditori. Si tratta tra alleati che hanno ciascuno problemi in casa. Una legge scritta per blindare una coalizione racconta la fragilità di quella coalizione più di qualsiasi sondaggio. Chi è sicuro del proprio consenso non ha bisogno di cambiare l’arbitro a fine partita.
E a sinistra? Si discute della data delle primarie. Conte preme per fare in fretta. Avs dice che prima viene il programma, ma intanto valuta un proprio candidato. I piccoli partiti si prestano simboli per raccogliere le firme. È la stessa malattia vista dall’altro lato: il meccanismo al posto della domanda. Intanto il Paese ha salari fermi e il gasolio che risale appena finiscono gli sconti. Ha città dove il ceto medio non può più permettersi una casa e giovani che se ne vanno. Nessuna legge elettorale risponde a questo, e nessuna primaria lo fa se non ha dietro un’idea di Paese.
La democrazia si consuma anche così. Non con un colpo di mano clamoroso, ma con l’abitudine a considerare le regole comuni come un bottino: chi vince le scrive, chi perde ricorre. E l’elettore, che dovrebbe essere il soggetto di tutto questo, diventa un dato da ottimizzare. La domanda che manca, da una parte e dall’altra, resta sempre la stessa: per chi si governa.





