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8 Ottobre 2026Calenda propone una patrimoniale europea: quando anche un liberale ammette che il capitalismo sta consumando la democrazia
Che a dirlo sia Carlo Calenda rende la frase più interessante di quanto sarebbe in bocca a un esponente della sinistra radicale. Il capitalismo si porta via la democrazia, sostiene il leader di Azione, e per questo serve una patrimoniale a livello europeo. Non è il linguaggio abituale di chi ha costruito la propria identità politica sulla difesa del mercato, della competenza e dell’impresa. Proprio per questo merita attenzione.
L’idea di fondo non è nuova, ma la sua diffusione oltre i confini tradizionali segnala qualcosa. Negli ultimi decenni la ricchezza si è concentrata in misura crescente in poche mani, mentre il lavoro ha perso potere contrattuale e i redditi medi sono rimasti fermi. Le grandi piattaforme tecnologiche hanno accumulato una capacità di influenza che nessuno Stato nazionale riesce più a contenere. I patrimoni si spostano dove il fisco è più leggero, e i governi, per trattenerli, si fanno concorrenza al ribasso. Il risultato è che chi ha di più contribuisce sempre meno, e il peso della spesa pubblica ricade su chi non può sottrarsi.
Quando questa dinamica dura abbastanza a lungo, la questione smette di essere solo economica e diventa politica. Una democrazia vive della convinzione che le regole valgano per tutti e che il voto conti qualcosa. Se invece i cittadini percepiscono che le decisioni vere si prendono altrove, nei consigli di amministrazione o nei mercati finanziari, la fiducia si incrina. Ed è in quella crepa che crescono la rabbia, l’astensione, la tentazione di affidarsi a chi promette di rovesciare tutto.
La scelta della dimensione europea è il punto più serio della proposta. Una patrimoniale nazionale, in un continente con libera circolazione dei capitali, rischierebbe di produrre soprattutto fughe. Solo uno spazio ampio come quello dell’Unione può pensare di tassare i grandi patrimoni senza vederli evaporare. È lo stesso ragionamento che ha portato, faticosamente, alla tassazione minima globale delle multinazionali, e che oggi potrebbe estendersi alle grandi fortune.
Restano tuttavia molte domande. Chi sarebbe colpito, e da quale soglia? Come evitare che il peso ricada sul ceto medio proprietario, che in Italia coincide spesso con la casa di famiglia? E soprattutto, come convincere ventisette governi, alcuni dei quali vivono proprio della concorrenza fiscale, ad accettare una misura del genere? Il rischio è che la proposta resti una dichiarazione di principio, utile a segnare una posizione più che a cambiare le cose.
Eppure il valore dell’uscita di Calenda sta forse proprio nello spostamento del discorso. Se anche chi si definisce liberale riconosce che il mercato lasciato a sé stesso erode le basi della convivenza democratica, allora il tema della redistribuzione smette di essere un tabù ideologico e torna a essere materia di governo. Il liberalismo delle origini, del resto, non era la difesa dei forti contro i deboli, ma la ricerca di un equilibrio tra libertà e potere.
La domanda vera, adesso, è se a questa consapevolezza seguiranno atti concreti, o se resterà l’ennesima intuizione giusta lasciata cadere nel rumore della campagna elettorale.





